Combattere le radici della degenerazione

L'impegno di Magistratura democratica

di Riccardo De Vito
Presidente di Magistratura democratica
Per ricostruire l’indipendenza interna ed esterna della Magistratura occorre riportare la democrazia negli uffici, ‘decomporre’ il potere dei capi, mostrare coerenza tra predicato e praticato, profondere impegno e partecipazione nei luoghi dell’elaborazione comune, a partire dall’ANM. Solo così, in luogo della politica del potere, potrà finalmente ripartire la politica delle idee.

Dallo scandalo del Csm allo scontro Di Matteo-Bonafede, passando per l’abuso delle intercettazioni e una pessima narrazione del problema carcere. Una lunga intervista a Riccardo De Vito, Presidente di Magistratura democratica.

Il Presidente Mattarella in un duro intervento ha parlato ieri di “grave distorsione sviluppatasi intorno ai criteri e alle decisioni di vari adempimenti nel governo autonomo della Magistratura”.

Occorre prestare la massima attenzione alle parole del Presidente. L’immagine della magistratura che affiora dalle indagini perugine è desolante. Emergono fenomeni di clientelismo e collateralismo con la politica che, per numero e varietà dei soggetti coinvolti, assumono dimensioni inquietanti. È chiaro che l’episodio più grave di questo scandalo – l’incontro all’Hotel Champagne, dove magistrati e politici indagati decidevano insieme le nomine dei dirigenti preposti ai loro processi – non è frutto del caso, ma di un humus profondo o, quanto meno, dell’incapacità dell’associazionismo giudiziario di produrre antidoti sufficienti alle prassi consociative e spartitone. È una constatazione amara, che impone risposte ineludibili.

Esiste a suo giudizio un rimedio alle degenerazioni correntizie della magistratura?

Il velo squarciato, per così dire, mette in evidenza che l’associazionismo giudiziario, da fattore di emancipazione della magistratura dalla sua condizione di subalternità alla politica, come era negli anni Settanta, corre sempre più il rischio di trasformarsi in fattore oppressivo, rivolto ad addomesticare l’indipendenza interna ed esterna.

Non è ancora tutto perduto?

Utilizzo l’espressione “corre il rischio” perché credo che siamo ancora in tempo per cambiare il corso delle cose ed evitare regolamenti di conti che mettano la mordacchia all’indipendenza dei giudici e disallineino l’assetto della magistratura dal disegno costituzionale. Ci sono tanti colleghi che sono impegnati nella politica giudiziaria dentro i gruppi, e fuori di essi, in nome di valori e non di convenienze. Come ha detto il Presidente Mattarella la gran parte della magistratura non rispetta la ‘modestia etica’ uscita dalle chat. Le risposte sono ora obbligate: nessuna copertura corporativa ai fenomeni degenerativi; impegno e partecipazione nei luoghi dell’elaborazione comune, a partire dall’associazione nazionale; coerenza tra predicato e praticato.

Secondo lei come andrebbe riformato il Csm?

Non credo che sia la modifica del sistema elettorale a poter modificare le cose. Certo la magistratura è ben disposta a rivedere l’attuale legge elettorale che, costruita per spazzare via le correnti, le ha invece rese, allo stesso tempo, più forti e peggiori. Il sistema elettorale, comunque, di per sé non è in grado di impedire o di promuovere il cambiamento. Per capire come è cambiato il governo autonomo, infatti, dobbiamo guardare a cosa succede dentro la magistratura, sedotta di nuovo dal sogno verticale della carriera, della dirigenza e delle funzioni superiori. Un sogno burocratico e funzionariale, ma che incide sul corpo collettivo e fornisce le basi materiali alle derive clientelari, oltre che alle prassi di conformismo giudiziario e di soggezione interna e esterna.

E quindi cosa si fa?

L’azione di riforma, pertanto, deve andare alla radice del problema. La magistratura deve farsi carico di una ‘decomposizione’, per usare un concetto caro a Franco Cordero, del potere dei capi, per riportare la democrazia negli uffici, ricostruire l’indipendenza interna ed esterna, sdrammatizzare il problema delle nomine. A quel punto, in luogo della politica del potere, potrà ripartire la politica delle idee. Su questo Magistratura democratica si sta impegnando, non senza la dovuta autocritica, che dovrà continuare accanto al progetto.

Una questione fortemente dibattuta è quella delle intercettazioni.

Si tratta di un problema che la magistratura ha cuore, come dimostrato dalla delibera del Csm del luglio 2016, dedicata alla Ricognizione di buone prassi in materia di intercettazioni di conversazioni. Si tratta di una circolare che, nel recepire quanto scritto nelle circolari di alcune procure, aveva elaborato linee guida generali per tutelare la riservatezza delle persone (soprattutto quelle non coinvolte nella vicenda penale), proteggere i dati sensibili e contemperare tali esigenze con le garanzie difensive e con il diritto all’informazione. Alcuni passi avanti sono stati fatti, dunque, e ora occorre mettere in atto e implementare quanto previsto dalla legge delega del 2017 e dai due successivi decreti delegati, del 2017 e del 2019, a partire dalla conservazione delle registrazioni dei verbali e degli altri atti in un archivio gestito e sorvegliato dal Procuratore della Repubblica.

In queste ultime settimane abbiamo assistito, soprattutto nella trasmissione condotta da Massimo Giletti, ad una resa dei conti all’interno della magistratura. Qual è il suo parere su questo?

Credo che il magistrato sia libero di intervenire nel dibattito pubblico. Ma deve farlo a una condizione spogliarsi del tentativo di coprire argomenti squisitamente politici con l’autorevolezza o l’autorità che deriva dalla toga ed evitare di parlare di vicende processuali in corso da lui gestite. Altrimenti il cortocircuito istituzionale è dietro l’angolo: a cosa dare credibilità? Agli atti giudiziari e istituzionali o alle suggestioni televisive? Questo discorso vale tanto più per magistrati che, oltre alla toga, ricoprono ruoli istituzionali in autogoverno. Per questo trovo pericoloso il sentiero sul quale si è incamminato il collega Di Matteo.

Ieri Di Matteo è stato audito in Commissione Antimafia. Cosa lo ha colpito del suo discorso?

Ancora una volta l’insistenza su suggestioni non verificabili e che verrebbero imposte al dibattito pubblico solo attraverso la credibilità della toga e non in forza di un articolato ragionamento sui fatti. Le detenzioni domiciliari ad esempio non sono un segnale di cedimento alla criminalità organizzata ma esprimono la forza dello Stato di diritto.

E quale il suo giudizio su come la stampa tratta il tema giustizia?

Ho profondo rispetto per la stampa, che comunque costituisce il sale della democrazia. Nel trattare di giustizia credo che a volte sia forte una tentazione inquisitoria: si parte da una tesi, e si cercano argomenti per confermarla. Un certo giornalismo per tesi, nemico del giornalismo d’inchiesta, ha preso piede su più argomenti. L’informazione sul carcere, in questo senso, è spesso significativa. A partire dall’uso delle parole: il ritardato rientro dal permesso viene definito evasione; la detenzione domiciliare umanitaria viene definita scarcerazione. Mi rendo conto, però, che spesso la stampa racconta un linguaggio parlato da altri, in primo luogo da autorevoli esponenti della magistratura, le cui dichiarazioni lasciano a volte esterrefatti.

Con l’aria che tira è difficile pensare ad una seria riforma del carcere. Ma lei sarebbe d’accordo ad un provvedimento strutturale di amnistia e indulto?

Sono d’accordo con le conclusioni di un convegno promosso dalla Società della Ragione, nel 2018 e che ora trovano spazio nel disegno di legge costituzionale n. 2456, a prima firma dell’on. Magi. In sintesi, direi che ora l’obiettivo principale è quello di ridare agibilità costituzionale e praticabilità politica agli istituti clemenziali, agendo su più fronti: stretta correlazione di tali istituti con i principi costituzionali di finalismo rieducativo e umanità della pena, con scomparsa dall’atlante delle clemenze di tutti quei provvedimenti che non siano collegati a situazioni straordinarie (vedi Covid) o a ragioni eccezionali (vedi riforme di sistema del processo o del diritto penale); massima pubblicità della discussione parlamentare e garanzia del controllo di costituzionalità sui presupposti. A queste condizioni, ben venga la riduzione del quorum di approvazione dai due terzi alla maggioranza assoluta delle assemblee parlamentari. Occorre portare alla luce le discussioni su questo tema. Se la politica si assumesse le proprie responsabilità non avrebbe bisogno di costruire la categoria del tutto fasulla dei giudici scarceratori.

Il Procuratore Gratteri in una intervista domenica al Fatto Quotidiano ha detto: “Le rivolte nelle carceri sono state possibili e cosi devastanti proprio per le celle aperte e la promiscuità praticata negli istituti”.

Vorrei prima di tutto evidenziare cosa c’è stato e cosa c’è dopo e davanti le rivolte in carcere: quattordici morti tra le persone detenute, le cui identità e storie personali sono state oscurate, ridotte a mera contabilità. Su questi fatti, i più gravi della storia del carcere nel nostro Paese, è calato il silenzio delle istituzioni, della politica e dei giornali. Nessuno ne ha chiesto conto alle istituzioni, fatta eccezione per la stampa militante e per pochi altri soggetti, tra cui credo sia importante ricordare i garanti, nazionali e territoriali. La critica pubblica, al contrario, è stata convogliata sulle detenzioni per ragioni di salute (vero nome di quelle che, con inaccettabile semplificazione, vengono chiamate scarcerazioni) e sulla circolare relativa alla segnalazione di detenuti con patologie tali da renderli più vulnerabili in caso di contagio da Sars-Cov-2.

Quali le conseguenze?

Il risultato di questa operazione, da un punto di vista simbolico, è chiaro e grave il disumano, la morte in carcere, viene ridotto a normalità, a un rischio collaterale accettabile, di cui nessuno è tenuto a rispondere; l’umano – inteso anche come principio giuridico stringente, visto che di senso di umanità parla l’art. 27 della Costituzione –, viceversa, assume i contorni dell’illegittimità. Un mondo capovolto, dunque, rispetto a quello disegnato dalla Costituzione e dall’ordinamento penitenziario.

Tornando alle rivolte?

Tra le varie cause delle rivolte – difetto di comunicazione sui colloqui telematici con i familiari, impreparazione del penitenziario a difendersi dal virus – non mi sento di annoverare il regime di celle aperte. L’esperienza quotidiana mi porta anzi a constatare che laddove ci sono sorveglianza dinamica, celle aperte e presa in carico trattamentale gli episodi disciplinari e violenti diminuiscono in maniera sostanziosa. Questo vale soprattutto per i circuiti di Alta Sicurezza, dove il problema della pericolosità sociale è soprattutto rivolto all’esterno, ma non all’interno del carcere. Dunque mettere in correlazione le rivolte e il tasso di provvedimenti disciplinari con i regimi aperti mi sembra un’operazione non sorretta da basi empiriche sufficienti. Sicuramente è un’operazione che ha un obiettivo: rendere il carcere meno trattamentale e responsabilizzante e più custodiale e duro. Una scommessa pericolosa per tutti, in primo luogo per la sicurezza collettiva.

Articolo pubblicato da Il Riformista

edizione del 19 giugno 2020

19 giugno 2020
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