di LUIGI MARINI (presidente Magistratura democratica)
ROMA – Non è la prima volta che Il Corriere della Sera ospita interventi che travisano la politicità del fare giustizia con la c.d. politicizzazione dei magistrati. Ad Angelo Panebianco poche settimane fa rispose sulle pagine del quotidiano il Vicepresidente del Csm, Michele Vietti, rivendicando, da uomo politico, la ricchezza del dibattito culturale che caratterizza i gruppi associati e l’intera magistratura.
Sabato 31 agosto Piero Ostellino in “Salvate il soldato Montesquieu” (pag.59) scriveva tra le altre cose: “oggi l’ordine giudiziario è, da noi, identificato con la magistratura … se non, addirittura, con un sindacato (Magistratura democratica) che, peraltro, assomiglia più a un partito politico che a un organo dell’amministrazione della giustizia“. E prosegue che “la parte della magistratura di ispirazione neo giacobina, collettivista e dirigista, si sente in dovere non solo di esercitare una funzione di supplenza del legislativo e dell’esecutivo, ma addirittura di intervenire … con le proprie sentenze sugli equilibri interni della classe politica in favore di quelle forze che interpretano più rigorosamente il dettato costituzionale.” Il tutto per dire che quella magistratura a rigore ha ragione, ma che è sbagliata la Costituzione e soprattutto l’art.3, che non è stato attuato “per evidente impraticabilità materiale e formale”.
Se non sorprende che una cultura di destra, rimasta al Settecento, dipinga i magistrati progressisti nei termini usati da alcuni mezzi d’informazione dopo la sentenza della Cassazione del 30 luglio scorso, non possiamo accettare che dalle pagine del Corriere si parli di Md come di una struttura che agisce come un partito politico e che intenzionalmente interviene sugli equilibri interni alla classe politica favorendo un partito piuttosto che l’altro.
La storia di questi 50 anni sta lì a dimostrare che Md ha certamente dialogato in prevalenza con le associazioni e i partiti progressisti, i più attenti alla tutela dei diritti e alla attuazione dei principi costituzionali; ma è sempre stato un dialogo tra diversi, spesso attraversato da conflitti legati a quelle esigenze di mediazione che sono proprie della politica e che i magistrati hanno rifiutato perché estranee al ruolo, all’agire e alla cultura che li connotano.
E, poi, quali sarebbero le sentenze emanate per intervenire sugli equilibri politici? Ostellino non lo dice, ma non è un caso che lo scriva a pochi giorni dal deposito della sentenza della Cassazione nel processo sui diritti televisivi. Va qui detto con chiarezza, ancora una volta, che l‘intero processo e la decisione della Corte non hanno niente a che vedere con Md e le sua storia e che si è trattato di un normale processo per evasione fiscale, reso eccezionale solo dalle qualità personali e dalle condotte di uno degli imputati. A pensarci meglio, quella decisione una cosa in comune con Md ce l’ha: l’idea di indipendenza della giurisdizione come momento essenziale per l’attuazione della democrazia.
Gli stereotipi culturali che troppi commentatori continuano a seguire quando parlano dei magistrati e di Md costituiscono terreno fertile per le battaglie di coloro che intendono solo riportare la magistratura “sotto il trono” della politica. Assistere all’intesa soddisfatta di Pannella e Berlusconi al momento della firma del secondo sotto i referendum radicali nel nome di un’idea falsa di libertà e di giustizia mi ricorda la soddisfazione con cui molti uomini di Chiesa hanno fino a ieri accolto finanziamenti e sostegno incuranti della provenienza del denaro e delle qualità dei donatori.
A questa falsa idea di libertà senza uguaglianza noi opponiamo una idea della cosa pubblica che chiede equilibrio fra democrazia e regole e in cui il più forte e il più furbo non sono destinati a una vittoria ineluttabile.
Il nostro compito è tutelare i diritti e risolvere i conflitti secondo le indicazioni che vengono dalla legge e dalla Costituzione. Una Carta che, per dirla con Benigni, è ancora bellissima e per questo non piace a chi vuole difendere privilegi e strumentalizzare il consenso fino a farne un assoluto che si può comprare e rivendere a piacimento.
(02/09/2013)
di PIERO OSTELLINO
Sulla questione dei rapporti fra i poteri legislativo ed esecutivo, da una parte, e l’ordine giudiziario, dall’altra, bisognerebbe, almeno, evitare di ingannare noi stessi. Invocarne la divisione e la separazione fa ottenere l’applauso di chi finge di conoscere Montesquieu, ma non ha alcun senso. Nella letteratura antiassolutistica settecentesca, e in quella democratico-liberale ottocentesca, il legislativo e l’esecutivo erano i soli poteri dello Stato (massimo quello legislativo). Oggi, l’ordine giudiziario è, da noi, identificato con la magistratura – il corpo burocratico-amministrativo di dipendenti dello Stato che si sono aggiudicati un «posto sicuro» per la vita vincendo un pubblico concorso – se non, addirittura, con un sindacato (Magistratura democratica) che, peraltro, assomiglia più a un partito politico che a un organo dell’amministrazione della giustizia.
Lo Spirito delle leggi non è un manuale per studenti universitari di Giurisprudenza adottabile dal Parlamento e, se applicato, utile a realizzare meccanicamente la distinzione e la separazione fra poteri e ordine. È un trattato politico o, se vogliamo, la più sistematica descrizione del dispotismo nel quale può degenerare un sistema politico. Lo Spirito delle leggi è il complesso di fattori – filosofici, sociologici, morali, storici, persino climatici, eccetera – che, secondo Montesquieu, si concretano nella produzione legislativa. Per cercare di capire l’attuale stato dei rapporti fra i poteri dello Stato e l’ordine giudiziario che chiamiamo impropriamente magistratura – confondendo la funzione giurisdizionale con lo strumento tecnico – bisognerebbe, dunque, leggere lo Spirito delle leggi come trattato politico. Che piaccia o no, non siamo una nomocrazia – un Ordinamento giuridico che non si prefigge particolari fini – ma una telocrazia, un Ordinamento giuridico preposto al perseguimento di specifici fini e programmi. E dalla natura delle leggi o, meglio, dell’Ordinamento giuridico che le presiede che promana il conflitto.
Per la cultura liberale, le leggi non dovrebbero proporsi fini e programmi etico-politici, ma essere unicamente monocratiche, regolare i rapporti privati fra cittadini e fra questi e lo Stato, punendo chi (eventualmente) le violasse; l’Ordinamento giuridico generale non dovrebbe, a sua volta, essere programmatimi, indicare e perseguire un qualche programma, ma procedurale, cioè non dire «chi» governa, ma «come» si governa. La nostra Costituzione, all’articolo 3, fissa, però, fra gli obiettivi che la Repubblica dovrebbe realizzare – «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» – fini perseguiti, coercitivamente, dagli Stati di socialismo reale, ma che non sono realizzabili in una «società aperta», e in una economia libera, per evidente impraticabilità materiale e formale.
Così, la parte della magistratura di ispirazione neogiacobina, collettivista e dirigista, si sente in dovere non solo di esercitare una funzione di supplenza del legislativo e dell’esecutivo in materia di fini e di mezzi, ma addirittura – come è già accaduto – di intervenire, con le proprie sentenze, sugli equilibri interni alla classe politica in favore di quelle forze che interpretano più rigorosamente il detta to costituzionale. Che piaccia o no, in punta di Costituzione, hanno ragione i magistrati politicamente interventisti e hanno torto coloro i quali ne denunciano le intromissioni politiche. Il difetto sta nel manico, ma nessuno pare avere il coraggio di dire che – per eliminarlo – bisogna mettere mano alla Costituzione.