Lunedi, 18 dicembre 2017
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Toghe in politica: quella voglia di regole che tradisce l’assenza di un “moralismo attivo”



La riforma in Parlamento rischia il binario morto sebbene tutti la vogliano, ma proprio questo bisogno di regole conferma un pericoloso vuoto di etica pubblica e l’incapacità di colmarlo con quelle “reazioni attive” di cui ci parla Stefano Rodotà nel suo Elogio del moralismo

«Guardare alle cose del mondo in modo reattivo e non passivo». Era questo, per Stefano Rodotà, il senso dell’essere “moralista”, ben diverso da quello negativo comunemente associato a questa parola. Moralismo come “reazione attiva”, quindi, soprattutto quando ci troviamo di fronte «all’illegalità, al cinismo, o all’abbandono dell’etica pubblica».

Di questo moralismo attivo Rodotà tessé l’elogio in un brillante volumetto pubblicato nel 2011 da Laterza (Elogio del moralismo, appunto), confermando così di essere «un giurista non totalizzante», come scrisse Gustavo Zagrebelsky all’indomani della sua scomparsa, ovvero «non fanatico delle cosiddette regole». Rodotà, infatti, «sapeva benissimo che al di là del diritto c’è molto altro che guida più o meno degnamente le condotte umane: cultura, etica, interessi».

Un bel convegno intitolato «La vita prima delle regole», dedicato a Rodotà e ospitato dalla Camera dei deputati, testimonia quest’aspetto del “giurista non totalizzante”, del “moralista attivo”. Peraltro, nel 2006 Rodotà scrisse un saggio nel quale parlava proprio della vita e delle regole, affrontando lo “spazio” tra il diritto e il non diritto, ovvero i limiti del primo e i pericoli insiti nel guardare il mondo solo con gli occhi del giurista, o delle regole, e l’illusione di credere che il mondo stia in piedi perché c’è il diritto.

Questi pensieri mi sono venuti alla mente leggendo le cronache sul Ddl «toghe in politica», come viene ormai chiamato il provvedimento all’esame del Senato che introduce una serie di paletti alle candidature in politica dei magistrati per scongiurare il cosiddetto effetto “porte girevoli”, ovvero il meccanismo per cui oggi – salvo alcune piccole cautele – i magistrati italiani possono entrare in politica – candidandosi o assumendo incarichi di governo – e poi uscirne rientrando in magistratura. Il testo fu presentato nel 2014 a Palazzo Madama, che lo consegnò alla Camera in una versione piuttosto severa, peraltro in linea con le osservazioni del Csm e dell’Anm, che chiedono a gran voce, e da tempo, regole più dure. Tuttavia, Montecitorio ha modificato quel testo e a marzo di quest’anno ha riconsegnato al Senato un articolato più morbido, ancora fermo in commissione Giustizia e, a quanto pare, destinato ormai al binario morto.

La ragione è la seguente: i senatori (e il Governo) avrebbero dovuto decidere se “accontentarsi” e salire sul treno del provvedimento così com’è uscito dalla Camera, per introdurre un minimo di regole restrittive; oppure se modificare il testo riportandolo, se non all’originaria severità (che incontrerebbe il niet scontato della Camera), quanto meno a regole più stringenti contro “le porte girevoli”. Né i senatori né il Governo, però, hanno deciso. Politicamente è stato spiegato che la seconda strada (modifiche e ritorno del Ddl alla Camera) avrebbe rischiato di far naufragare il provvedimento a differenza della prima. Il risultato è che nonostante il coro praticamente unanime di politici e magistrati, il Ddl sembra destinato al binario morto.

Una situazione che può diventare un ottimo alibi per tutti. Sia per i politici che continueranno a candidare magistrati soltanto in quanto “acchiappavoti” per la loro notorietà a livello locale o nazionale. Sia per i magistrati che continueranno a non esercitare alcun tipo di self-restraint, anche per sottrarsi alle strumentalizzazioni politiche.

Al di là del contenuto del Ddl e di come andrà a finire, questa vicenda testimonia, a mio giudizio, “il” problema con il quale questo Paese deve fare i conti in modo più serio, e cioè quello della scomparsa dell’etica pubblica e, più in generale, del “moralismo attivo”. Senza “la regola” ci sentiamo abilitati a qualunque condotta, od omissione, per il semplice fatto che non è né lecita né illecita. In una molteplicità di casi – dalle intercettazioni alle toghe in politica – l’esistenza o meno della regola finisce quindi per diventare l’alibi dei nostri comportamenti. E questa è una grave sconfitta, per la politica, le istituzioni, le categorie professionali e le imprese, i cittadini.

Per citare Rodotà, infatti, esistono regole giuste o meno giuste ma esiste soprattutto un’etica pubblica che dovrebbe guidare i comportamenti dei soggetti, anzitutto pubblici.

Ricordo che in un Congresso dell’Anm del 2015, a Bari, l’allora segretario portò come esempio di “debolezza” della politica il decreto sull’incandidabilità dei condannati a pene superiori a due anni. «Un principio di etica – disse – che non avrebbe avuto bisogno di una legge per essere affermato, perché poteva essere una regola degli stessi partiti. Quindi – osservò – la legge è un segno di debolezza della politica, che costringe la magistratura a intervenire».

Mi chiedo allora se, con le dovute differenze, non sia un segno di debolezza anche invocare una legge che regoli le candidature politiche dei magistrati prevedendo divieti e sanzioni. Debolezza della politica ma anche della magistratura, l’una e l’altra evidentemente incapaci di riempire il vuoto di etica pubblica che sta alla radice del problema. Incapaci di quel “moralismo attivo” di cui parlava Rodotà e del quale Rodotà è stato l’esempio mettendo la vita, la sua vita, prima delle regole. Proprio l’assenza di quel moralismo ha determinato l’eclissi dell’etica pubblica, incentivando l’illegalità. Non c’è regola efficace, senza etica pubblica. E comunque, in questi casi la necessità di dover ricorrere a una regola non è una vittoria ma una sconfitta.

Peraltro, la storia dimostra che ci sono stati alcuni magistrati capaci di resistere alla strumentalizzazione politica di una loro candidatura. Nel 1994, Franco Ippolito, storico e noto esponente di Magistratura democratica, rinunciò alla candidatura proprio per sottrarsi a quella che i media definirono «La carica dei magistrati al Sud». E lo spiegò sia in un articolo pubblicato su L’Unità il 28 gennaio del ’94 sia in una lettera a La Repubblica del 6 febbraio dello stesso anno. «Essere candidati a rappresentare i cittadini è un onore e, in talune circostanze, è un dovere civile, anche per un giudice», scrisse a La Repubblica, ricordando di aver sollecitato – al di là di quanto già previsto dalla legge – un codice di autodisciplina per scongiurare le candidature di magistrati nelle zone ove esercitano le loro funzioni. «Ciò non è avvenuto – aggiunse –. Quindi, non solo si preannuncia una quantità di candidature superiore al passato, ma si corre il rischio di vedere in campagna elettorale magistrati nel luogo in cui fino a qualche giorno fa hanno esercitato delicatissime funzioni, anche in settori di immediato impatto politico: questo è istituzionalmente e politicamente inaccettabile. In questa situazione, ogni magistrato che abbia una responsabilità rappresentativa deve far prevalere l’esigenza di salvaguardare la giurisdizione dalle accuse (vere o false) di strumentalizzazione politica, anche al prezzo di sacrificare la tensione civile e l’impegno di cittadino. Sono queste le ragioni – concludeva Ippolito – che mi hanno indotto a declinare la candidatura avanzata da movimenti di società civile, associazioni e forze politiche di Martina Franca e della zona nord-ovest della Provincia di Taranto, che ringrazio per l’onore e la fiducia».

Da allora molto è cambiato, a cominciare dal numero di magistrati presenti in Parlamento, che si è ridotto drasticamente [1]. Il Csm, poi, è stato negli anni, in particolare dal 2014, molto presente nel dettare regole di condotta e anche l’Anm ha fatto la sua parte. Tuttavia, il problema resta.

Resta soprattutto in termini di strumentalizzazione reciproca. E rimarrà fino a quando non si avrà contezza che, oltre le regole, esiste un mondo che purtroppo abbiamo smesso di abitare, quello di una forte etica nell’agire e nell’intrattenere rapporti. Senza capire che così rischiamo di veder compromessi alcuni nostri diritti fondamentali (dall’elettorato passivo a quello di informare) o di esercitarli sotto la minaccia di una sanzione, di per se stessa umiliante perché testimonia la sconfitta di quel “moralismo attivo” che sta prima delle regole, a ricordarci che la vita esige rigore e correttezza, individuale e collettiva.

Donatella Stasio, 27 novembre 2017

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[1] D. Stasio, Magistratura in-politica: dopo vent’anni, presenze decimate in Parlamento, in Questione Giustizia on-line, Controcanto, 15 maggio 2017, http://www.questionegiustizia.it/articolo/magistratura-in-politica_dopo-vent-anni_presenze-decimate-in-parlamento_15-05-2017.php.