Martedi, 21 novembre 2017
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  Siena, 33° Congresso Anm
Un impegno comune per “rifare noi stessi”

L'intervento del segretario generale Mariarosaria Guglielmi

Il video dell'intervento

«Dobbiamo rifare noi stessi». Furono queste le ultime parole scritte, prima della fucilazione, dal diciannovenne partigiano Giacomo Ulivi, citate in un bel saggio di Alessandro Galante Garrone.

Parole scritte da un giovane e destinate ai giovani. Parole di denuncia e insieme di speranza.

Le prendo a prestito per dire che anche la magistratura oggi deve “rifare se stessa” e recuperare la sua identità che sembra perduta.

Viviamo un tempo di grandi inquietudini con una Magistratura, sempre più tentata di rompere quell'impegno comune che l’ha unita nell’associazionismo, nell’autogoverno, nella società e che ha consentito, come ha scritto Luigi Ferrajoli, la sua crescita culturale, la sua democratizzazione, la formazione della sua identità costituzionale.

Oggi, per questa magistratura, è forte il rischio di perdere la pienaconsapevolezza di sé, del proprio ruolo, della sua responsabilità sociale e culturale, che solo nella dimensione dell’impegno collettivo può rimanere viva.

Smarrita questa identità, emerge un nuovo corporativismo vestito da tratti di individualismo e di protagonismo.

Il protagonismo. Esaurita la spinta alla forte coesione generata dalla resistenza agli attacchi frontali portati in passato da ampi settori del potere politico, la difesa dell’indipendenza e dei valori della giurisdizione non opera più da vero unificatore ideale, culturale e politico all’interno della magistratura e fra questa e la collettività.

Privata del sostegno pubblico nella difesa delle sue prerogative - ricevuto durante la lunga stagione della contrapposizione aperta -, investita dalla sfiducia per l’inefficienza del servizio che rende alla collettività, oggi è una magistratura più sola quella che deve confrontarsi con una politica che ha mutato il suo linguaggio e della magistratura non si dichiara più apertamente nemica. Una magistratura che fatica a sfidare la politica sul piano delle proposte e dei contenuti, richiamandola alle sue responsabilità per garantire una efficace amministrazione della giustizia.

Una magistratura che cede alla tentazione di prendersi un’altra scena e di ritrovare una sua identità affidando al protagonismo dei singoli, e al consenso che questi come singoli riscuotono, il compito di riscattare la sua immagine di “subalternità” agli occhi del Paese.  

Nella dimensione di questa nuova e diversa identità, la magistratura incrocia i sentimenti dell’antipolitica, gli atteggiamenti populisti, le rivendicazioni “antisistema” e rischia di farsene interprete, ricercando una nuova legittimazione nell’investitura proveniente dal basso, nel proporsi e nel sentirsi per definizione dalla parte del giusto e del buono. Il passo dal populismo della politica a quello giudiziario è breve e il costo per la magistratura molto alto: la perdita dei valori che sono l’essenza della sua legittimazione, la cultura delle garanzie, la consapevolezza dei limiti della nostra funzione e del carattere relativo della verità processuale, la capacità di autocritica e di vigilanza rispetto alle prassi sulle quali si misura la tenuta delle garanzie e rispetto ai rischi della visione e delle istanze giustizialiste che il populismo porta con sé.

Salvatore Satta si interrogava sul “Mistero del processo” richiamando il racconto di un fatto mirabile accaduto dinanzi al Tribunale rivoluzionario nel 1792: la folla preme nell’aula per farsi giustizia da sé; il presidente ferma con un gesto gli “invasori” intimando di rispettare la legge e l’accusato sotto la sua spada. E la folla in silenzio ripiega verso la porta. Gli invasori hanno compreso che «l’opera che essi compiono là in basso, le maniche rivoltate e la picca tra le mani, questi borghesi in mantello nero e cappello a piuma la perfezionano sui loro seggi».

Nella visione del giustizialismo ai giudici si chiede di perfezionare l’opera, non facendosi interpreti delle istanze di giustizia ma vendicando i torti che abbiamo subito. E ai Tribunali – ricordava Satta – si cambia nome: non più Palais de Justice ma Palais où l’on condamne.

L’individualismo. Il cambiamento culturale in atto nella magistratura “non più soggetto collettivo” ci riporta alla dimensione e alle logiche della “corporazione”. E di una corporazione divisa al suo interno. Oggi ne cogliamo tutti i suoi contraddittori riflessi: il ritorno di una concezione formalistica dell’imparzialità che si traduce in neutralità e indifferenza alle scelte di valore; l’abbandono della prospettiva egualitaria, che vuole tutti i magistrati distinti solo per funzioni con il ritorno alla contrapposizione in nome di interessi di categorie diverse e di mestieri diversi di cui - nella corporazione - ci si sente portatori (magistrati dirigenti e non; magistrati giovani ed anziani; magistrati di uffici superiori e quelli di più basso grado); l’attenzione alle aspettative individuali e alle prospettive di carriera di ciascuno; l’autoreferenzialità e l’indifferenza al dovere di rendere conto alla collettività del nostro agire; la rinuncia ad un impegno condiviso nell’autogoverno e nell’associazionismo per promuovere un progetto di cambiamento e un modello di magistrato alternativo a quello funzionariale e burocratico che si va riproponendo sotto il peso delle difficili condizioni di lavoro, per effetto del conformismo indotto dalle valutazioni ravvicinate di professionalità e del rischio di automatismi nella responsabilità civile e disciplinare.

Nella dimensione dell’individualismo la magistratura si ritrova, ancora una volta, chiusa in se stessa. Divisa al suo interno. In rivolta contro se stessa. E contro il suo sistema di autogoverno e di rappresentanza.

Le criticità emerse nella gestione dell’accresciuta discrezionalità che la riforma ordinamentale ha attribuito al governo autonomo contribuiscono ad alimentare il senso di sfiducia e ad accrescere la distanza dall’istituzione consiliare. Oggila magistratura rischia di perdere la consapevolezza di una parte importante di sé rappresentata dai valori dell’autogoverno: la consapevolezzadella funzione insostituibile di una istituzione che Salvatore Senese ha definito di «orientamento in senso democratico dei contraddittori processi in corso nella magistratura, nei rapporti fra magistratura e Paese, istituzione giudiziaria e sfera politica» ; la consapevolezza del ruolo svolto dall’autogoverno nel garantire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, mettendo queste prerogative della magistratura al servizio della giurisdizione, promuovendo responsabilità e professionalità e facendosi carico della qualità ed efficienza del servizio giustizia.

Le prospettive e le sfide che ci attendono.

Una magistratura che si pone fuori dalla dimensione dell’impegno collettivo e rinuncia alla sua identità di soggetto collettivo non è più in grado di ricostruire un rapporto intenso con la società e di confrontarsi con le grandi sfide che oggi attendono la giurisdizione e che alla giurisdizione pongono nuove responsabilità: le sfide legate alla marginalità sociale e alle crescenti e nuove diseguaglianze che richiedono anzitutto un impegno culturale in senso pieno e l’attuazione di quel progetto di emancipazione che la Costituzione ha costruito sul primato dell’eguaglianza; le sfide che porta con sé il fenomeno dell’immigrazione, con la domanda di tutela di diritti e di risposta ai bisogni fondamentali delle persone, in un contesto in cui la condizione di non cittadino priva gli individui di quella "pari dignità sociale" che la nostra Costituzione riconosce a tutti; le sfide anche culturali del terrorismo globale e quelle che comporta la forte deviazione del diritto penale verso le finalità della prevenzione, mettendo in discussione il ruolo di garanzia della giurisdizione.

Da qui, da questa sede di confronto che è la nostra Associazione, dobbiamo allora ripartire per “RIFARE NOI STESSI”, ricostruire la nostra identità di soggetto collettivo, ritrovare il senso del nostro impegno comune.

Per poter essere NOI magistrati mai neutrali e rinunciatari rispetto ai valori in gioco, ma consapevoli dei limiti della nostra funzione;

impegnati noi stessi a rivendicare come base della nostra legittimazione il rispetto delle garanzie e la nostra responsabilità sociale e culturale per i provvedimenti adottati;

capaci di interpretare il ruolo forte che oggi si richiede alla giurisdizione nella tutela dei diritti e dei valori della legalità ma immuni dalla tentazione di assumere ruoli e poteri impropri;  

non rassegnati all’impotenza difronte all’assenza o alla debolezza delle regole di presidio per la legalità e ai vuoti di tutela per i diritti ma attenti ai rischi di una visione e di una concezione “salvifica” dell’intervento giudiziario, alle tentazioni di scorciatoie e di fughe in avanti;

non indifferenti alle istanze di sicurezza e di pacifica convivenza della collettività ma estranei alla logica del nemico da combattere e da neutralizzare, e alle sue aspettative di non terzietà della giurisdizione penale che ispirano scelte di politiche criminale ed alimentano l’illusione repressiva.

Capaci di riscoprire il senso e l’importanza del nostro impegno collettivo che può avere una dimensione “pienasolo nella società e nel dialogo con l’Avvocatura, lungo quel “sentiero comune dei diritti e delle garanzie” che ci ha invitato più volte a percorrere il Presidente Mascherin, ritrovando un rapporto di fiducia con l’intera collettività e la capacità di confronto aperto con l’opinione pubblica.

Impegnati in questa “dimensione piena” come parte attiva di una più ampia controffensiva culturale rispetto ai rischi del giustizialismo e del populismo, all’aggressione ai valori della convivenza civile, ai progetti eversivi che mirano a sovvertire i valori di eguaglianza, solidarietà ed equità alla base della coesione sociale, della nostra democrazia e del nostro progetto di Europa.

Determinati nel rivendicare condizioni dignitose di lavoro per i giovani colleghi, per tutti noi, per tutti gli operatori di giustizia.

Tutto ciò affinché la “Giustizia” sia sempre più un bene comune; affinché, lo diceva Eschilo, faccia da «scudo a chi si batte per lei» e, oggi, possa fare da scudo ai “luoghi della Giustizia”, contro l’odio sociale, contro tutte le paure dei nostri tempi.

Mariarosaria Guglielmi, Siena 21 ottobre 2017