Lunedi, 18 dicembre 2017
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Migranti, le nostre proposte in sette punti



                  

La recente circolare del Ministero dell’Interno relativa al rintraccio e alle espulsioni degli stranieri irregolari e al programma di riapertura dei CIE sembra riproporre soluzioni che si sono rivelate errate e controproducenti in materia di rimpatrio dei cittadini dei Paesi terzi in posizione irregolare sul territorio dello Stato.

La paventata riapertura dei CIE nei territori delle Regioni italiane e il rafforzamento delle azioni di allontanamento coattivo degli stranieri irregolari rischiano di impegnare risorse pubbliche nel perseguire tali soluzioni, sottraendole a efficaci strategie di integrazione e di contrasto al radicamento del terrorismo.

Il fallimento della scelta dei trattenimenti nei CIE è sotto gli occhi di tutti, illustrato anche dai rapporti e dalle relazioni delle Commissioni parlamentari – da ultimo, dall’aggiornamento 2017 del Rapporto sui Centri di identificazione ed espulsione in Italia a cura della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato – e testimoniato, ancora una volta, dalle recenti vicende che hanno riguardato il CPA di Cona dove, in seguito al decesso di una donna ivoriana richiedente asilo, sono emerse condizioni di vita incompatibili con il rispetto della dignità.

La riapertura dei CIE rischia di farci imboccare quella pericolosa china di bagattellarizzazione della privazione della libertà personale, che in passato si è tradotta in applicazione di vere e proprie misure detentive comminate a persone non autrici di reato, in assenza di adeguata riserva di giurisdizione (art. 13, comma 2, Cost.) e delle garanzie di Ordinamento penitenziario; misure, inoltre, espiate in luoghi e condizioni tali da comportare spesso la violazione dell’art. 3 CEDU in materia di trattamenti inumani e degradanti, come ammonisce, a tacer d’altro, la sentenza CEDU, Grande Camera 15 dicembre 2016, Khlaifia c. Italia.

Ripercorrere la stessa strada, senza che siano cambiate le condizioni di partenza umane, giuridiche, materiali e logistiche, comporterebbe il rischio di privare i cittadini stranieri irregolari del godimento dei diritti fondamentali e dello status di persona. In questo clima, peraltro, si amplificherebbe il pericolo di contribuire ulteriormente alla creazione di sacche di consenso per i fenomeni criminali, prima di tutto quello terrorista, e di attivare fenomeni di radicalizzazione.

Magistratura democratica, in pieno accordo con quanto già rilevato dall’ASGI e da moltissime altre associazioni e organizzazioni operanti nel campo dell’assistenza ai migranti, auspica che si scelga una via diversa, ed in particolare:

1.      Limitazione degli strumenti di allontanamento coattivo, compresa la misura del trattenimento nei CIE, ai casi estremi, caratterizzati da un intenso pericolo di fuga e da una concreta e significativa pericolositĂ  sociale, non desumibile dalla semplice irregolaritĂ  nel soggiorno o dalla mera mancanza di documenti; in accordo, del resto, con i principi di volontarietĂ , proporzionalitĂ  e gradualitĂ  fatti propri dalla Direttiva 2008/115/CE;

2.     Sostegno e incentivazione dei rimpatri volontari assistiti, misura in grado di garantire un rientro consapevole e sicuro, anche attraverso l’eliminazione del divieto del reingresso per gli stranieri irregolari che prestano collaborazione alla loro identificazione e al rimpatrio;

3.     Implementazione dei sistemi per anticipare l’identificazione al momento dell’ingresso negli Istituti di pena dei detenuti stranieri condannati, conformemente a quanto previsto dal d.lgs n. 146/2013;

4.     Ricollocamento degli strumenti di allontanamento coattivo nella piena legalitĂ  costituzionale, attraverso l’attribuzione ai giudici professionali del controllo sui provvedimenti di trattenimento;

5.     Previsione della possibilitĂ  per i giudici che si occupano di convalide e di proroghe dei trattenimenti nei CIE di effettuare visite periodiche presso tali centri;

6.     Riduzione del termine massimo di 12 mesi previsto per il trattenimento nei CIE dei richiedenti asilo, a fronte del termine massimo di 90 giorni oggi previsto per il trattenimento ordinario;

7.      Riesame delle procedure con le quali vengono siglati gli accordi bilaterali di riammissione, accordi spesso non coperti dalle garanzie e dalla trasparenza del diritto dei trattati, sottratti al controllo del Parlamento e ridotti al rango di protocolli operativi tra polizie.

Sono questi solo alcuni dei temi che, unitamente a quello fondamentale delle garanzie processuali dei richiedenti asilo, intendiamo riproporre all’attenzione, oltre che del dibattito pubblico, anche della magistratura associata ed in particolare dell’Associazione nazionale magistrati, che già in passato su questi temi si è autorevolmente distinta per posizioni attente al rispetto dei diritti fondamentali.

Non si tratta di eccessi di garantismo ma di affrontare un vasto fenomeno sociale in modo realistico e civile perché la democrazia si difende applicando in ogni situazione i principi del rispetto della libertà individuale e della dignità.

Il Comitato Esecutivo di Magistratura democratica, 13 gennaio 2017