Speciale XXI Congresso

L'intervento di Giulia Marzia Locati

Le riflessioni che seguono sono il frutto di un confronto tra tre colleghe (Lucia Spirito, Galli Laura e Giulia Locati), due delle quali a loro volta hanno raccolto le impressioni di giovani magistrati di prima nomina dei diversi territori di provenienza.

Prima però permettetemi di dirvi perché io sono entrata in Magistratura Democratica, perché rimanda all’intervento di Luisa Del Bianco dell’altro giorno. Io sono entrata in MD per gli esempi di magistrato che ho incontrato nel mio percorso. Appena iniziato il tirocinio Rita (Sanlorenzo) ha iniziato a consigliarmi  di leggere libri e di partecipare ad incontri che provavano ad affrontare in modo critico  ed in una prospettiva diversa le questioni che avevo fino a quel momento trattato; la mia prima affidataria, Anna (Ricci) mi ha insegnato che è fondamentale il rispetto per i detenuti e i loro diritti; appena prese le funzioni alla sezione lavoro del Tribunale di Milano, Riccardo (Atanasio) mi ha spronato a riflettere sul fattoi che dietro ogni decadenza c’è un diritto negato, dietro una pronuncia di inammissibilità una mancata risposta nel merito. Rita, Anna e Riccardo sono giudici di MD, e io ho così iniziato a comprendere in che modo ritenevo fosse giusto svolgere il nostro lavoro quotidiano.

Quando ho iniziato a riflettere, grazie ad un’idea di Carlo Sorgi che ci ha messo in contatto, con le colleghe Spirito e Galli, mi sono accorta che non ero sola e che c’erano anche altri giovani giudici con cui ho una profonda sintonia di pensiero e di sentire. Da tutte le parti è infatti emersa innanzi tutto la necessità che ci si concentri sulla formazione dei giovani magistrati. Formazione intesa come qualcosa di diverso da quella fornita dalla Scuola della magistratura, criticata da più parti per l’impronta troppo teorica che ha assunto e per lo spezzettamento che crea nel corso dei tirocinio. Ed infatti si guarda ad una formazione che stimoli l’approfondimento con un approccio interdisciplinare, che  favorisca il confronto e  diffonda buone prassi, in modo tale da portare ad un’apertura verso nuovi orizzonti, che vada dunque al di là delle novità normative e giurisprudenziali. In sostanza, un luogo che fornisca strumenti per vedere la realtà da punti di vista diversi dai soliti, per interrogarsi con coscienza critica sul nostro modo di esercitare il ruolo di magistrato.

Lo scopo di questo approfondimento culturale dovrebbe essere duplice: da un lato creare una magistratura capace di essere luogo di scambio di “saperi” e di “mestieri”, più che di trasmissione di nozioni, e dall’altro rispondere nel modo migliore al bisogno di giustizia.

Fatta questa premessa, i problemi dei colleghi di prima nomina sono ovviamente diversi a seconda dell’ufficio giudiziario in cui hanno preso le funzioni.

Ed infatti se nei tribunali e nelle procure piccoli le difficoltà consistono soprattutto nell’ereditare ruoli vecchi, spesso congelati da tempo o gestiti male da chi sapeva che sarebbe rimasto per poco tempo, fascicoli pieni di rinvii inutili, in cui i fatti sono ormai lontani nel tempo e le parti scoraggiate dal continuo cambio di giudice, nei tribunali più efficienti la cosa più difficile è rappresentata dallo stare al passo con le statistiche di sezione. Da questo punto di vista è interessante notare che tutti hanno sottolineato la tendenza alla “burocratizzazione” del lavoro ed una forte attenzione alle statistiche, che a volte rischiano di pregiudicare la qualità del lavoro e della giurisdizione. A titolo di esempio vengono citati i numerosi richiami ai precedenti dei colleghi ai sensi dell’art. 118 disp. att., che da un lato è positivo perché c’è più uniformità nelle decisioni (che è anche un valore importante), dall’altro però sottende il rischio di adottare una soluzione in maniera acritica solo perché è già esistente un precedente. Allo stesso modo, c’è il rischio di adottare di più decisioni di rito invece che di merito. In questo quadro, vi è una  scarsa attenzione ai problemi di inserimento lavorativo del magistrato di prima nomina, o comunque del giovane magistrato, dal quale ci si aspetta la stessa produttività e la stessa velocità dei colleghi più anziani.

I colleghi hanno mostrato anche interesse per le nomine dei direttivi e dei semi direttivi, sottolineando come una buona dirigenza possa fare la differenza non solo nell’organizzazione del lavoro, ma anche con l’approccio di tutela dei diritti  che è proprio di MD.

Pur premettendo di essere ancora troppo giovani ed inesperti per avere un’idea chiara di come si possa disciplinare la dirigenza, si concorda con quanto sostenuto dai colleghi della sezione ligure, soprattutto laddove si valorizza lo svolgimento dell’attività giudiziaria e sul campo e si propone che chi abbia svolto a lungo attività fuori ruolo non debba poter assumere incarichi dirigenziali se non dopo essere tornato per un congruo periodo a svolgere attività giudiziaria ordinaria. Il presupposto da cui partire dovrebbe infatti essere il seguente: solo se si conosce la realtà che si è chiamati a dirigere si possono adottare decisioni funzionali a quella realtà.

Da ultimo, riteniamo di prendere posizione anche sulla proposta da più parti sostenuta di rendere il nostro concorso nuovamente un concorso di primo livello: sul punto si è sottolineato il lato sostanzialmente classista che il concorso di secondo livello rappresenta. Soprattutto perché molti di noi si sono ritrovati sostanzialmente a dover frequentare scuole molto costose o a fare pratiche non retribuite per poter avere il titolo di avvocato e poter partecipare poi il concorso. Si è poi anche evidenziato il rischio che in questo modo accedano alla magistratura non tanto persone più preparate, ma persone che, data l’età e il lungo percorso seguito, siano meno pronte a mettersi in discussone.

Dal momento che ho l’occasione di parlare alla presenza del Ministro della Giustizia, mi permetto di sottolineare alcune criticità che riguardano il DL 168/2016 e su cui i magistrati più giovani hanno riflettuto.

Da un lato, molti sono rimasti stupiti dall’utilizzo dello strumento della decretazione d’urgenza e dell’istituto della fiducia per intervenire su una materia in cui si necessita di attenzione e ponderazione  come l’ordinamento giudiziario, soprattutto nell’imminenza di un incontro fissato proprio per discutere di questi temi.

Dall’altro lato vogliamo sottolineare l’errore di prospettiva consistente nello scaricare sui magistrati più giovani i problemi dell’efficienza della giustizia (pensando di risolvere il problema aumentando il termine di legittimazione per i trasferimenti da 3 a 4 anni), dividendo in questo modo i magistrati in colleghi di “serie A” e di “serie B”. In questo modo si crea un duplice rischio: da un lato che i più giovani cedano a spinte neo corporative che sono sotto gli occhi di tutti e dall’altro che  diventino meno critici nella speranza di poter veder migliorata la propria condizione.

Concludo citando un episodio che ha poi segnato il resto della mia vita professionale: nel corso dell’orale di ammissione al mio dottorato di ricerca in diritto pubblico, la prima domanda che mi fece la commissione fu relativa ai libri di letteratura che avevo letto durante l’estate. Ne parlammo per dieci minuti e poi passammo ad un esame decisamente più tecnico. Tempo dopo, circa a metà del mio percorso di dottorato, ringraziai il professore per avermi messo a mio agio durante il colloquio parlando di letteratura. Lui mi rispose dicendo che non lo aveva fatto per quello, ma che la risposta era stata valutata esattamente come quella relativa alle sentenze additive della Corte Costituzionale e precisò che la prassi era stata introdotta da Norberto Bobbio anni prima, sulla base del presupposto che se un giurista conosce il codice di procedura civile, ma non ha letto La montagna incantata, non può essere un buon giurista. Ecco io credo che se riusciremo a portare un po’ di Bobbio in magistratura, questa sarà migliore.

(5 novembre 2016)

10 novembre 2016
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