XXXI Congresso Anm

Intervento A. Canepa

Col mio intervento, necessariamente breve e sintetico, voglio solo offrire alcune ulteriori riflessioni di carattere ideale che spero abbiano però il pregio della condivisione. Il tema del Congresso è ampio, molti gli spunti venuti dalla relazione ricca e completa del Presidente, dal dibattito e dagli interventi che mi hanno preceduto. La giustizia non funziona. Riformiamo la giustizia. Siamo tutti d’accordo, per primi noi magistrati che tutti giorni abbiamo davanti i cittadini assetati di giustizia. A tale fine non occorrono nuovi interventi di modifica dell’assetto della magistratura, bensì un complessivo sforzo per migliorare il funzionamento della giurisdizione.

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati invece da conflitti originati da aggressioni sistematiche alla funzione giudiziaria e alla sua indipendenza: la politica ha concentrato tutta la sua attenzione sull’ordinamento dei magistrati, forse nella illusoria speranza che la crisi di legalità che attraversava il paese potesse essere risolta non aggredendone le cause profonde, ma limitando l’indipendenza dei magistrati. Questa impostazione ha logorato tutti: la politica, la magistratura, la giustizia, il paese. Nel frattempo, la crisi della giustizia, sulle cui cause risalenti sono mancati gli interventi necessari, si è fatta sempre più grave.  Quel clima ha contribuito a minare la credibilità del sistema giudiziario. Ma attenzione: la credibilità del sistema giudiziario e delle sue decisioni è un valore irrinunciabile di uno Stato democratico. Ci piacerebbe davvero che si superasse la stagione del conflitto e si concentrassero tutte le forze e tutte le energie per restituire efficacia e funzionalità al sistema giudiziario. A tal fine è necessario avviare un processo riformatore che restituisca efficacia, funzionalità e credibilità alla giustizia nel nostro paese, obiettivo che dovrebbe essere comune a tutti gli schieramenti politici, ed invece assistiamo ad incursioni sempre nella stessa direzione, penso ad esempio alle proposte in tema di responsabilità dei magistrati. 

Noi magistrati dobbiamo fare la nostra parte: da tempo al  nostro interno abbiamo lanciato una sfida, quella della autoriforma, a cominciare dalla professionalità; capacità di rinnovarsi significa infatti non avere paura a guardarsi dentro, significa capacità di riflessione sui nostri comportamenti e capacità di sapere riconoscere i nostri errori; significa capacità di critica, ma soprattutto di autocritica; significa  assunzione di responsabilità. La credibilità della funzione giudiziaria e la sua legittimazione democratica si hanno solo con la assunzione di responsabilità che giustifica e sostiene la nostra indipendenza. Abbiamo prerogative riconosciute dalla Costituzione di cui siamo gelosi e che rivendichiamo con forza, ma  nel contempo  doveri; se veniamo meno a quei doveri è giusto che siamo sanzionati.  

Si discute del ruolo del Consiglio Superiore Magistratura e del suo rapporto con l’associazione e le correnti. Esistono certamente difficoltà e carenze nel funzionamento dell’organo di autogoverno. Noi possiamo e dobbiamo chiedere al nostro organo di governo autonomo un maggiore impegno di trasparenza e credibilità delle proprie decisioni. Il dibattito è in corso oggi più che mai che è stagione di consuntivi e di proposte in vista del rinnovamento della composizione dell’organo di autogoverno. Come magistratura associata stiamo sostenendo la opportunità di ricorrere a consultazioni primarie gestite dalla ANM per la selezione dei candidati alle prossime elezioni per eliminare gli effetti distorsivi dell’attuale sistema elettorale: un “Porcellum” da noi subito e non voluto. Questo per coinvolgere i colleghi ed assicurare la partecipazione di tutti alla scelta dei loro rappresentanti, che non devono essere vissuti come imposti dall’alto, ma legittimati dalla base. E certamente non è attraverso il sorteggio, proposto da alcuni che si risolve il problema della credibilità dell’autogoverno. Il sorteggio, metodo già proposto nel 1971 da Giorgio Almirante è la negazione della responsabilità dell’autogoverno. 

A questo proposito voglio essere chiara proprio in vista della scelta dei candidati alle prossime primarie e quindi alle elezioni, che non è mia intenzione assecondare la “vulgata” che l’impegno associativo sia elemento negativo per l’accesso agli organi di autogoverno. Ritengo infatti che l’impegno associativo sia in realtà fondamentale per  svolgere un ruolo consapevole nell’autogoverno. La cultura della giurisdizione e dell’autogoverno si forma infatti all’interno della associazione e dei gruppi; è attraverso la esperienza associativa che ci si abitua al confronto, alla riflessione, all’ascolto delle ragioni dell’altro. Pluralismo, confronto, apertura, dialogo, ricerca continua di una sintesi condivisa, perché nella giurisdizione e ancor più nella politica, ciò che conta è l'azione politica del gruppo, cioè di una collettività di donne e uomini che costruisce giorno per giorno i propri valori. 

A proposito di valori, tutti noi, dobbiamo avere chiaro che la Giustizia è un bene comune, e che non si può prescindere di avere un approccio etico al servizio. L’importanza sociale del nostro ruolo, riconosciuto dalla Costituzione, soprattutto in un contesto profondo di crisi, non deve mai dimenticare che i numeri e gli obiettivi sono importanti, ma che non sono tutto, perché non si può svalutare cosa vi è dietro la sempre più pressante domanda di giustizia: persone, sofferenza, diritti negati.

Al centro del nostro agire  non dobbiamo mai dimenticare di porre il tema dei diritti e delle garanzie, diritti e garanzie sono infatti la ragione storica e sempre attuale della nostra stessa esistenza di magistrati. Autoriforma è la parola che tutti dobbiamo mettere al centro delle proposte di rilancio, cominciare da NOI, che dobbiamo essere risorsa e non ostacolo. La questione della professionalità dei giudici è questione centrale del dibattito associativo e politico; al cittadino infatti interessa che il giudice che si occupa di lui come attore/convenuto ovvero come imputato o parte offesa sia dotato di un adeguato livello di professionalità; non bisogna infatti mai dimenticare che organizzazione ed efficienza sono i mezzi per raggiungere il fine che è la tutela dei diritti. Aggiungo ancora che  e qui vengo anche a toccare la c.d. questione morale che i magistrati non possono e non devono nascondersi dietro l’assenza di responsabilità penali laddove nemmeno la responsabilità disciplinare è sufficiente a dare loro credibilità.  

I magistrati infatti al di là delle responsabilità penali e disciplinari per cui risponderanno nelle sedi deputate, devono porre in essere comportamenti ispirati dalle norme eticamente condivise che li devono guidare, per trasformarli in soggetti consapevoli della loro funzione, attenti alle esigenze della collettività nella più assoluta trasparenza. L’occasione e’ storica per l’affermazione dell’autogoverno, ed è una sfida che non può essere persa. La crisi di credibilità del CSM, finirà per travolgerci se non riusciremo come magistrati a trovare il modo per ripensare e rilanciare una nostra politica dell'autogoverno. Questa sfida necessita della assunzione diretta di responsabilità da parte di tutti; tutti dobbiamo denunciare criticità dal basso, sollecitare cambiamenti.  

Non ci possono essere essere più alibi per la cattiva gestione degli uffici; le informazioni devono essere le più ampie possibili per fornire seri e concreti elementi di conoscenza non solo su prassi negative, ma anche in ordine alle ipotesi virtuose. Il vero problema è quello della emersione delle notizie e delle informazioni; nessun eccesso di severità, ma basta al buonismo, alla melassa del “tutti bravissimi ed eccellenti”, alla tolleranza sempre e comunque, alle clausole di stile; basta con le chiacchiere nel corridoio. Se falliamo sarà difficile fermare la messa in discussione del sistema di autogoverno; dobbiamo affermare nei fatti una professionalità fino ad ora declamata a parole. Peraltro, la deriva impiegatizio burocratica, che si va affermando, perde di vista la consapevolezza della rilevanza della funzione alla quale siamo chiamati.  

Questi anni non sono passati invano, ne siamo usciti tutti demotivati, frustrati da condizioni di lavoro sempre peggiori, anche indignati, perché indicati come unici responsabili di un tracollo, di cui siamo vittime. Ritengo però, che mai si debba dimenticare che il nostro lavoro gode di rilievo sociale, ha caratteristiche di indipendenza dell’esercizio della funzione, che non ha paragone in altre attività subordinate. Autonomia e indipendenza garantita e prevista dalla Costituzione non come privilegio, ma come funzionali alla qualità del servizio giustizia.

La capacità dell’ordine giudiziario di assicurare l’adeguatezza dei magistrati alle funzioni che sono chiamati a svolgere è la precondizione per garantire e difendere questa prerogativa costituzionale. Esercitiamo un potere e dobbiamo assumerci la responsabilità dell’esercizio della giurisdizione, e, quindi non difendere sempre e comunque “a prescindere” chi sbaglia. Noi spesso veniamo alla ribalta solo per casi negativi, mentre in altre occasioni, non abbastanza enfatizzate perché positive, riusciamo ad affermare e produrre diritti; il ruolo della giurisdizione è un ruolo essenziale e in espansione, perché sempre più in discussione sono i diritti dei singoli e della comunità ; la sensazione  è però quella di una giustizia “smarrita”, fiaccata, perduta. 

In questo periodo di crisi di credibilità delle istituzioni, anche nei nostri confronti prevale sfiducia e ostilità. Spesso non a torto, l’azione penale è considerata un ordigno che sanziona prima dell’accertamento e, quando accerta le responsabilità, non riesce a punirle. Davanti ai cittadini la responsabilità è collettiva ed è per questo che la professionalità di ciascuno deve essere massima. E, quando si sbaglia, la nostra responsabilità non deve essere attenuata ma raddoppiata. Professionalità è repressione delle violazioni di legalità, sempre e comunque, con provvedimenti incisivi e giuridicamente corretti, ma anche e soprattutto, rispetto delle garanzie, senza sovrapporre visioni morali allo scopo del processo.  

Professionalità è l’esatto contrario di una visione sostanzialista, che privilegia il risultato indipendentemente dai mezzi usati (risultato che peraltro spesso si rivela disastroso). La Politica da sempre, e di qualunque colore, ha tollerato con fatica l’esercizio indipendente della giurisdizione, l’obbligatorietà della azione penale, l’indipendenza del PM; non possiamo fornire a chi vuole riappropriarsi dell’indipendente esercizio della azione penale alibi o giustificazioni. Non possiamo difendere un certo modo di fare i giudici solo perché attacchi arrivano dall’esterno.

Se, con responsabilità, affrontiamo questi nodi e con chiarezza e onestà intellettuale, ci diamo delle risposte, recupereremo credibilità e, quella fiducia, che i cittadini non ci hanno mai fatto mancare e che in certi momenti si ha la sensazione che intorno a noi vacilli.  

Concludo ringraziando MD, il gruppo a cui con orgoglio appartengo, e di cui sono oggi segretario; MD che è stata l’oggetto di attacchi ignobili che ignoravano la nostra storia, le ragioni del nostro esistere, il ruolo essenziale svolto per la giurisdizione e per l’uguaglianza dei cittadini. La ringrazio per la sua visione della giurisdizione, per il suo ruolo propulsivo, per essere stata “eretica” nel volere essere indipendente e non falsamente neutrale, a suo tempo, e per avere fatto diventare “eretici” gli altri nel percorso di inveramento della Costituzione.

La ringrazio per la disponibilità al dialogo con l’esterno, per la sua capacita negli anni di interrogarsi sulla realtà sociale ed economica, nazionale ed internazionale e sul suo intersecarsi con la giurisdizione; la ringrazio per come ha saputo mantenere viva la attenzione ai diritti ed alle forme per affermarli, per come ha mantenuto alta la tensione all’applicazione del secondo comma dell’art. 3 della Costituzione. La ringrazio perché la sua elaborazione collettiva, la sua esperienza, la sua storia ci permettono oggi di affrontare con maturità e responsabilità i nuovi problemi di un mondo sempre più complesso, con un retroterra culturale solido senza cadere in improvvisazioni e populismi. La ringrazio per la generosità, per avere creduto ed essere parte del rinnovamento che si sta provando ad attuare con la convinta adesione al progetto di area che vuole allargare la partecipazione ai tanti colleghi che non vogliono appartenere. Per rinnovare la politica associativa. Voglio però con preoccupazione segnalare il venire meno del comune senso di appartenenza, della solidarietà e della condivisione all’interno della magistratura associata, come le vicende recenti hanno evidenziato.  

A questo proposito voglio ricordare a tutti le parole di Calamandrei “…era semplicemente un giudice giusto e per questo lo chiamavano rosso, perché tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto vi è anche quella di sentirsi accusare quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria. 

Spero che almeno in questo giudice tutti ci riconosciamo.


(26 ottobre 2013)
31 ottobre 2013
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