Speciale XXI Congresso

L'intervento di Stefano Musolino

"Tempi propizi per nuove eresie"

Dai confini dell’impero, dalla periferia della Calabria e, quindi, dalla periferia della periferia, dall’isolamento culturale, dalla povertà economica, dall’incubatrice della ndrangheta che è Reggio Calabria e la sua provincia, quale tipo di contributo portare ad un Congresso che  pone al centro del dibattitto un tema globale quale è quello delle diseguaglianze, ma non sembra mostrare troppa attenzione, neppure nei documenti preparatori, per i fenomeni della criminalità organizzata che, in parte, quelle diseguaglianze generano?

Mi sono chiesto a lungo se avesse un senso intervenire e non limitarmi ad ascoltare, temendo che il mio vissuto, la mia esperienza concreta, il mio angolo prospettico fosse troppo ristretto e provinciale e, perciò, poco interessante. Ma, pur tenendo in serbo questo dubbio e confidando nella vostra comprensione, mi sono deciso a farlo, rammentando l’incipit di un intervento che Emilio Sirianni fece ad un congresso romano di qualche anno fa. La decadenza sociale della nostra terra è così avanzata che ci consente di vedere sin da adesso e con migliore dettaglio, degenerazioni che in altre parti del territorio nazionale sono ancora in incubazione.

Anni ed anni di governo delle dinamiche sociali da parte di sistemi di potere nutriti di ndrangheta e corruzione, hanno indotto i reggini ad accettare come un destino irresistibile ed invincibile, una condizione servile di svilimento dei loro diritti. Se ne è generata un’apatia ed indolenza politica e sociale che è figlia della frustrazione, a sua volta figlia dell’apparente invincibilità dei sistemi di potere dominanti che governano lo status quo.   

Ma se dai confini dell’impero volgo lo sguardo alla situazione nazionale, non vi ritrovo condizioni troppo dissimili da quelli in cui la mia terra si dibatte.

Il dibattito politico si agita con apparente, innocua vivacità, tra gli strettissimi margini di scelte consentite dal dio dell’irresistibile crescita economica, alimentata da perversi sistemi finanziari che governano i mercati globalizzati.

Ancora una volta è il governo dello status quo, il dato immanente ed incontestabile che confina le prospettive anche della gran parte della sinistra politica; l’unica ambizione concessa è il governo del possibile alle condizioni date, anzi imposte, senza memoria del passato e senza aspettative per il futuro. E così, è soffocato ogni autentico desiderio di cambiamento anche solo delle prospettive, del modo di guardare ed interpretare la realtà, in uno scenario dominato dalla noia che genera apatia ed indolenza verso il dibattito politico che offre il destro al populismo più becero. La dittatura del presente impedisce, infatti, una vera progettualità alternativa e vincola il discorso pubblico, selezionando i pensieri in modo che solo quelli funzionali alla gestione dello status quo accedano alla sfera pubblica, mentre gli altri sono pregiudizialmente esclusi, in quanto marginali ed irrealizzabili.

A ben vedere, è lo stesso senso d’impotenza che genera il torpore diffuso, dominante da anni a Reggio Calabria e nella sua provincia, mentre poteri altri gestiscono l’esistente.

Un siffatto scenario è annichilente per qualunque fautore anche solo di una discussione politica. Imposta ed accettata alla stregua di una legge necessaria, infatti, l’ideologia dell’irresistibile crescita economica, è divenuta dominante, avvolgente ed assoluta, vincolando le possibilità di manovra dei governi e chiedendo sacrifici pesantissimi ai cittadini, senza concedere alcuna alternativa che non sia la catastrofe. Ma proprio per questo quello descritto è uno scenario essenzialmente impolitico, perché nega anche solo la possibilità di un dibattito vero sulle scelte diverse da quelle funzionali all’inarrestabile crescita economica che è ormai considerata alla stregua di una regola sacra, trascendete e perciò imposta da una necessità cogente che ispira la sua inevitabilità.

Ed, in conseguenza, la struttura delle regole sociali ed economiche è accettata come immobile e perpetua, sicchè il dibattitto (im)politico resta limitato alle modalità di gestione dell’esistente, in un’effervescenza fittizia, apparente e superficiale che trascura ed anzi considera un costo necessario il ricatto che il capitalismo finanziario impone alle collettività più deboli, alimentando l’insicurezza delle vite individuali che si trasforma in paura ed in spasmodica tutela di biechi interessi individuali che rompono i legami di solidarietà, in una sorta di competizione per la sopravvivenza a qualunque costo che isola ed inaridisce il sentire collettivo, annichilendo qualunque idea di trasformazione comune della realtà sociale. Mentre il populismo prospera sulle paure e le insicurezze che il sistema genera, senza offrire alcuna seria soluzione alternativa che non si esaurisca in una bieca speculazione, volta a catturare il consenso.

A garanzia del perpetuo immobilismo della struttura, è dedita un’aristocrazia oligarchica in cui si mescolano rappresentanza elettorale e quella dei grandi interessi economici, che opera nell’invisibilità e, quindi, nell’incontrollabilità, a tutela degli interessi dei potentati lobbistici che attraversano il mondo. Costoro sono i garanti e gestori dello status quo, i sacerdoti del sistema che genera emarginazione ed ingiustizia.

Mentre il cittadino è chiamato ad accontentarsi del presente esistente, accettandone le ingiustizie, perché l’alternativa prospettata non è la giustizia, ma la catastrofe, in quanto una ed una sola è e può essere la struttura dominante, la regola cogente, l’idea avvolgente e la prospettiva di futuro: le magnifiche sorti e progressive del mercato globalizzato, governato dalla necessaria, inarrestabile crescita economica, i cui costi sociali vanno accettai come inevitabili.

Si tratta di una realtà che si riflette anche sullo scenario giudiziario. E per limitarmi a quello che conosco meglio, faccio riferimento al penale.

Un’analisi d’insieme delle più recenti indagini in tema di corruzione, ci dicono che rilevanti flussi di spesa pubblica sono gestiti da comitati d’affari, in cui prendono posto politici ed un nucleo selezionato di imprenditori. Le stringenti norme, anche europea in materia di appalti e forniture pubbliche, infatti selezionano pochi, grandi contractors su scala internazionale che hanno il sostanziale dominio di quei mercati e possono regolare agevolmente sofisticate forme di corruzione, previ accordi spartitori tra loro. Ed, alla luce di tali emergenze, è ancora più inquietante constatare la capacità d’influenza sulle sorti delle politiche internazionali e nazionali di "think tank" come la Bilderberg Conferences, il Cato Institute, la Heritage Foundation, l'Adam Smith Institute, l'Institute of Economic Affairs, la Mont Pelerin Society, la Trilateral Commission. Non sono solo i nuovi salotti buoni delle classi dirigenti mondiali, sono, soprattutto, i veri luoghi di confronto in cui le oligarchie aristocratiche mondiali si assumono il compito di dettare la linea politica ed economica internazionale e, quindi, quella di ciascuna nazione che non vuole restare ai margini delle regole globalizzate.

Ma anche volgendo lo sguardo alla magistratura, l’apatia, l’indolenza, lo sterile governo dello status quo, sembrano lo scenario in cui tra paure ed insicurezze, debitamente enfatizzate dal populismo interno al corpo, il magistrato moderno deve confrontarsi, insieme ad un clima generale che lo induce a scelte giurisdizionali omologate e rassicuranti.

Le riforme ordinamentali hanno, infatti, iniettato nel corpo della magistratura potenti veleni capaci di avviare una turbinosa trasformazione culturale del magistrato, compresso da un lato tra esasperanti carichi di lavori, fervide attese sociali di giustizia celere ed esercizio rigido (talvolta, persino, ottuso in materia di ritardi) dell’azione disciplinare, dall’altro tra pedanti, periodiche valutazioni di professionalità - il cui esito è, sostanzialmente, rimesso alla discrezione di direttivi e semi-direttivi - una conseguente strisciante gerarchizzazione - che tende a valorizzare la capacità produttiva e la sudditanza alle strategie del vertice - un carrierismo dilagante che segna la prospettiva del magistrato sin dal suo ingresso nella corporazione, influenzandone le scelte, anche quelle puramente giurisdizionali ed ha un’influenza sostanziale sul principio dell’art. 107 Cost.. Per dare un segno concreto di quanto sta avvenendo, vi riferisco un aneddoto. Alla riunione di preparazione a questo Congresso della Sezione MD di Reggio Calabria, un giovane collega ci chiedeva stupito come fosse possibile che un presidente di sezione o un procuratore aggiunto, esaurito il mandato, potesse tornare a fare il giudice o il sostituto. Ecco allora il ruolo direttivo o semi-direttivo percepito come un premio a cui ambire e non un temporaneo servizio, svolto da chi ha maggiori attitudini all’organizzazione ed alla gestione delle risorse. E, quindi, qualunque ritorno alla giurisdizione pura è vissuto come penalizzante. Il concreto esercizio della giurisdizione non è più  inteso come l’in sé del nostro lavoro, ma come momento e strumento per fare carriera che ne è divenuto il vero obiettivo.

Mentre il contesto generale di profonda crisi nel rapporto tra cittadini ed istituzioni, tende a svilire la percezione in capo al magistrato del ruolo sociale della sua funzione ovvero ad alimentare perversi modelli di magistrato che assume su di sé il compito di elevarsi a censore dei costui, dando soddisfazione alle istanze populiste, attraverso improbabili indagini che inseguono fenomeni e dinamiche sociali, piuttosto che specifici fatti-reato.  

Si tratta di eccentriche ed isolate interpretazione del ruolo che hanno dato la stura a reiterati solleciti, provenienti non solo dall’esterno, ma persino all’interno della magistratura all’adozione di criteri giurisprudenziali prevedibili. Laddove l’invito, però, non era ad evitare l’eccentricità sistematica, la patologia, ma piuttosto puntava ad introdurre, fisiologicamente, nella magistratura scelte giurisprudenziali omologate e conformate, al fine di non turbare l’efficienza della struttura, del sistema volto ad assicurare la costante crescita dell’economica. Al punto, che non sono mancate autorevolissime sollecitazioni, volte a pretendere che il magistrato si faccia carico delle conseguenze economiche delle sue scelte giurisprudenziali, non già a tutela dei soggetti e delle collettività deboli, coinvolti nel processo (inverando così la regola dell’art. 3 cpv. della Costituzione), ma piuttosto dei superiori interessi delle lobbies di potere che governando gli interessi economici, influenzano, in maniera determinante, la politica della nazione.

Ecco, allora, che si vorrebbe anche la magistratura piegata alle esigenze del sistema di potere politico-economico dominante.

Ed in questo senso, si saldano riforme ordinamentali, volte a trasformare in senso militare e burocratico la magistratura, insieme a stimoli culturali, volti ad influenzare le scelte giurisprudenziali. Una magistratura, insomma, affaticata dalle procedure, intimidita dal disciplinare, sostanzialmente gerarchizzata, ipnotizzata ed obnubilata dal desiderio di fare carriera.

Nel frattempo, il CSM non è percepito come la “casa dei magistrati”, l’istituzione amica che ne garantisce l’indipendenza; ma piuttosto quale luogo distante dalla realtà giudiziaria che non la conosce e non la comprende,  camera di compensazione di svariati interessi, centro di potere al cui interno è utile avere un “amico” non importa se laico o togato.  

Non è un caso, allora, che dentro il CSM cresca sempre di più il peso e l’influenza della componente laica, che stanno assumendo imbarazzanti dimensioni nel sistema delle nomine dei direttivi e semi-direttivi. La cieca ambizione della carriera spinge, infatti, molti magistrati a coltivare rapporti con il mondo della politica o con quello dell’economia (che influenza la prima), funzionali a garantirsi l’appoggio per la futura carriera dirigenziale.

E di recente, il primo presidente della Corte di Cassazione ha stigmatizzato l’utilizzo di intercettazioni che svelavano tali rapporti posti in essere da un candidato ad un importante Procura Distrettuale della Repubblica, mettendo in discussione la prassi che privilegia l‘acquisizione di ogni fonte di prova legale, al fine di selezionare i magistrati chiamati ad incarichi direttivi. Un messaggio culturale che potrebbe essere così metabolizzato da un giovane magistrato: la regola formale, non può essere superata da prassi sostanziali, neppure quando queste svelano inquietanti rapporti coltivati da un candidato a dirigere un Ufficio fortemente gerarchizzato e singolari condotte (a tacer d’altro, nutrite di parzialità preconcetta), da parte di un consigliere dell’autogoverno. Insomma, la regola formale è posta a protezione d’inaccettabili comportamenti; il tranquillo conformarsi alle forme è la strada per esercitare senza impicci la funzione, magari coltivando qualche amicizia che può venir buona per la futura carriera. E’ davvero questa la magistratura del futuro che vogliamo?

Vi è, insomma, una grande voglia di normalizzazione, nel cui contesto si innesta il ruolo preponderante assunto dal Consiglio di Presidenza, capace di influenzare in maniera significativa i lavori del CSM  e le stesse decisioni di quest’ultimo.

E’ facile, quindi, notare come anche nella magistratura si ripetano quelle condizioni sociali che portano all’accettazione dello status quo, alla percezione d’inesistenza di alternative efficaci al sistema di potere dominante e, quindi, all’apatia, all’abulia. E non si tratta di uno scenario che ci vede isolati ed orgogliosi protagonisti di scelte eretiche. Sarebbe ipocrita, infatti, non riconoscere che la magistratura progressista è parte integrante del citato sistema. Ed infatti il populismo cresce ed acquisisce consenso anche dentro la magistratura.

E’ uno scenario inquietante, che ricorda mutatis mutandis quello che ha giustificato la nascita di MD: trionfo del corporativismo, in una decadente miscela di burocrazia, gerarchizzazione e carrierismo che genera una giurisprudenza difensiva, omologata, debole con i forti e forte con i deboli.

E, sul punto, non starò certo a ripetere le condivisibili riflessioni, gli argomenti e gli obiettivi programmatici che, sotto vari punti di vista, ma con un’incoraggiante prospettiva comune sono stati trasfusi nel documento “Il senso di MD” o in quello della Sezione MD di Genova (con cui condivido una sintonia genetica sul tema della dirigenza) o ancora nelle lucidissime prospettive politiche future che Claudio Castelli ci ha consegnato nelle sue recenti mail sulla lista “Iscritti”.

Ma mi chiedo, cosa ha impedito ad MD di essere motore e protagonista della buona  politica desumibile dai citati suggerimenti?

Sgombriamo subito il campo da una risposta semplicistica: non certo Area!

Nella mia esperienza di componente del coordinamento nazionale, posso, anzi, affermare come proprio l’assenza di iniziativa e di sostegno dell’esecutivo di MD e prima ancora gli stimoli, le interlocuzioni, le critiche dei suoi iscritti, hanno contribuito a fare restare minoranza una serie di iniziative e proposte che volevamo Area assumesse (da ultimo sulla vicenda Cagliari, sul D.L. pensionati “speciali”, sull’indicazione di Testa, ecc.).

In sostanza, MD ha, malamente, interpretato l’esito del Congresso di Reggio Calabria come una sorta di consegna al silenzio, in vero, del tutto contraddittorio con l’elezione ed il mantenimento di tutte le componenti in cui si struttura la sua dirigenza. In verità, quell’esito è il frutto di un percorso iniziato già molti anni prima che non prevedeva affatto l’inerzia di MD, ma, invece, il suo pieno integrarsi dentro un più ampio progetto, con un ruolo di protagonista. Ci ha spinto, infatti, ad entrare in Area la consapevolezza di non riuscire a percepire l’autentico sentire della magistratura, la comprensione di non riuscire più a trovare le parole, i luoghi i momenti di confronto con i colleghi, specie quelli più giovani; ci ha convinto a fare questo passo l’avvertito rischio di restare puro gruppo intellettuale capace di interloquire solo all’esterno, ma non anche all’interno della magistratura e, perciò, di restare irrilevanti nella magistratura.

Io credo che siano esigenze ancora attuali con una aggiuntiva che viene dall’esperienza di questa prima fase del percorso: Area sta diventando sempre di più un insieme di potentati elettorali; le primarie, infatti, si sono rivelate uno strumento che seleziona una classe dirigente troppo legata ai territori ed in questa alle attese, aspirazioni, ambizioni, interessi localistici. Ed infatti, la componente di Area, noi tutti, cioè, siamo incapaci sia al CSM, sia in GEC o in CDC ANM di esprimere davvero una politica alta, un modo alternativo di intendere ed interpretare l’organizzazione e la gestione della giurisdizione, ma anche i percorsi associativi.

Io credo che il prossimo esecutivo di MD deposta ogni prudenza, ogni timidezza, ogni dubbio debba fortemente investire le risorse e la capacità di elaborazione politica del gruppo dentro e per Area. A partire dall’individuazione di nuovi metodi di selezione delle nostre rappresentanze, così da mantenere ferma un’ampia partecipazione alle scelte, ma anche evitare il dominio di alleanze su base localistiche di corto respiro.

Ma questo ancora non basta, come non bastano gli ottimi punti programmatici ben espressi in molti documenti o interventi pre-congressuali.

La drammaticità dei tempi ci chiede di tornare alla militanza.

E’ necessario che MD si faccia promotrice in Area di una rivoluzione culturale che scompagini gli equilibri esistenti, non si accontenti oltre di un mero governo dello status quo,  si presenti quale credibile alternativa all’attuale gestione neo-corporativa della magistratura.

Se gli altri gruppi associati parlano alla pancia della magistratura, coltivandone le paure, noi dobbiamo parlare al cuore ed alla testa dei nostri colleghi. Dapprima al cuore, per fare ritrovare la passione e l’entusiasmo di fare questo lavoro, poi alla testa, con nuove parole e nuove idee che rilancino la nostra capacità di elaborazione. Se, infatti, non faremo appassionare nessuno, nessuno ascolterà i nostri buoni argomenti. Dobbiamo avere la capacità di rispondere alle drammatiche novità dei tempi, ricostruendo una sintonia perduta con il sentire profondo della magistratura. Ma per farlo dobbiamo essere, prima di ogni altra cosa, credibili.

Da troppi anni, tantissimi colleghi mettono in scrupolosa evidenza la distanza tra le nostre proposte, le nostre idee e i modi in cui interpretiamo concretamente il nostro ruolo. E’ una sfida ineludibile che dobbiamo accettare e non per il gusto di farlo, ma perché i drammatici tempi che viviamo, impongono di riscoprire la militanza quale autentico segno distintivo dell’essere un magistrato di MD che ambisca a costruire in Area un soggetto politico nuovo. Se non vogliamo che MD diventi un feticcio, buono per tacitare la nostra coscienza, è a quest’ultima che dobbiamo fare appello, individualmente, per capire se ne vale ancora la pena, se siamo pronti a tornare ad un militanza che abbia dei costi personali. Proprio come fecero i nostri padri fondatori; perché è proprio questo che stiamo facendo dentro Area, fare nascere qualcosa di nuovo che abbia radici antiche.

E non è affatto curioso che sia l’interpello della coscienza individuale il criterio di appartenenza ad un gruppo collettivo. E’ tipico anzi dei momenti di crisi e di ri-generazione. Non possiamo davvero pensare di continuare ad usare le pre-comprensioni, le parole, le rappresentazioni che ci hanno sin qui accompagnato; dobbiamo trovarne dal confronto dentro Area di nuove.

E per farlo, dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre, portando con noi la memoria del passato, per accogliere le sfide del futuro, suggerendo l’idea di un impegno politico al servizio di una speranza collettiva da opporre alla paura dell’insicurezza personale e del declino della funzione sociale della magistratura.

Ma per essere testimoni credibili del cambiamento dobbiamo costruire un’immagine all’insegna del disinteresse personale, attraverso l’indicazione ed il perseguimento di comportamenti simbolici, capaci di fare percepire chiaramente chi siamo e cosa vogliamo.

Sono molti i comportamenti simbolici che inverano il nostro modo di interpretare il ruolo di magistrato, da cui ripartire e spero che altri ne vengano fuori in questo Congresso e nel prossimo futuro.

Ma abbiamo un’evidente urgenza: porre freno al veleno del carrierismo che sta infettando tutta la magistratura, determinando un mutamento epocale del modo di intendere il nostro lavoro, introducendo pericolosissimi fattori d’inquinamento nello stesso esercizio della giurisdizione.

Ed allora, io credo sia il tempo di affermare con nettezza che il magistrato di MD rifiuta  l’idea della “carriera separata del dirigente itinerante”, per come lucidamente ci ricorda il documento della Sezione MD di Genova. Si tratta di prendere le distanze da un modello di dirigente che attua progressivi passaggi da un incarico semi-direttivo a quell’altro e poi ad un incarico direttivo minore e poi maggiore, dando vita ad una carriera nella carriera che aggira la temporaneità degli incarichi ed è inconciliabile con l’idea di dirigenza diffusa e frazionata che sta alla base dell’abbandono dell’inadeguato criterio di selezione dell’anzianità senza demerito.

Ma come possiamo propugnare questa idea di dirigente, mentre molti dei nostri iscritti ne sono gli epigoni?

Talvolta, si replica a questa considerazione, affermando che una posizione troppo radicale sul punto che imponga un ritorno alla giurisdizione “pura”, una volta esaurito il tempo dedicato allo svolgimento dell’incarico direttivo o semi-direttivo, possa estromettere da tali rilevanti ruoli colleghi di spiccate qualità.

Io credo valga il contrario. E non solo perché mi pare sia più rilevante considerare gli effetti perversi che questa riforma ha innestato nella magistratura, rispetto a quelli che possono derivare ad un singolo ufficio da un dirigente meno brillante, ma – soprattutto – perché è utile rammentare le parole di Fabrizio De Andrè: “non esistono poteri buoni” (in: Nella mia ora di libertà, una canzone dedicata alle carceri ed ai tribunali) oppure la lettera a Pipetta (segretario comunista del suo territorio) di Don Milani. Entrambi ci ricordano, infatti, le insidie e le tentazioni del potere e la sana necessità di tornare a condividere le difficoltà dei governati, dei senza potere, per sfuggire al potere ipnotico di quest’ultimo.

E’ questo, insomma, il tempo della radicalità delle scelte, della testimonianza visibile e, perciò, credibili che vi sono valide alternative ai modelli dominanti, allo status quo. Ed io non credo che noi che siamo qui vogliamo che MD resti un semplice feticcio buono a tacitare la nostra coscienza, a dare una parvenza di dignità all’angosciosa decadenza di questi giorni. Io spero che noi vogliamo fare vivere davvero MD, inverandone la sua eresie nelle scelte quotidiane a partire dal rifiuto del carrierismo, per riscoprire il gusto della militanza dei nostri padri fondatori e scoprire con loro che anche oggi il magistrato di MD è militante oppure non è!

Chiudo con un citazione di uno che mi ha insegnato a mettere molta attenzione a non dilatare troppo la distanza tra ciò che sono e ciò che a mia coscienza pretende che io sia. Giorgio Gaber tra un monologo ed una canzone continua ricordarci che:

 “Basterebbe abbandonare l’idea di qualsiasi facile soluzione, ma abbandonare anche il nostro appassionato pessimismo e trovare finalmente l'audacia, di frequentare il futuro, con gioia.

Perché la spinta utopistica, non è mai accorata o piangente. La spinta utopistica non ha memoria, e non si cura di dolorose attese. La spinta utopistica è, subito. Qui e ora.”. Giorgio Gaber (Una nuova coscienza)

8 novembre 2016
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