Speciale XXI Congresso

L'intervento di Piergiorgio Morosini

L’anno che sta per chiudersi potrebbe essere quello del congedo dalla costituzione repubblicana. Accade mentre ci prepariamo a celebrare i 70 anni dell’Assemblea Costituente, nella quale tanti di noi continuano a credere, in una democrazia dove ogni giorno crescono le diseguaglianze e dove i bonus hanno preso il posto dei diritti.
Esperti osservatori, nel ricordare che siamo da tempo nell’era della democrazia dell’investitura, ci parlano di personalismo e di opportunismo del potere (ben inteso non solo in politica), come cause dell’incapacità di trovare soluzioni ai problemi delle nostre comunità. Sono le questioni che stanno a cuore alla nostra storia.

1. Questo Congresso cade a pochi giorni dall’appuntamento referendario. Un evento che ci coinvolge come magistrati-cittadini, a partire dall’opportunità o meno di manifestare pubblicamente la nostra idea sull’una o l’altra opzione. Parlo di opportunità, termine “ultra utilizzato” oggi nel circuito istituzionale. Termine scivoloso, inafferrabile. E’ la nuova frontiera tra ciò che è consentito e non sarebbe illecito, ma vivamente sconsigliato. Quei “motivi di opportunità” che, talvolta, nelle istituzioni
rischiano di apparire lo scudo dietro cui si celano “opportunismi di ogni tipo”. Non voglio credere che sia questo il motivo del diverso atteggiamento di oggi rispetto al referendum del 2006 di tanti di noi con cui lealmente condividiamo da anni percorsi importanti. Mi auguro che nelle scelte sul referendum siano decisivi gli ideali; anche i diversi ideali. Ma certo, se così fosse, forse dovremmo parlare con franchezza e senza drammi delle ragioni dello stare insieme. Anche dentro MD, non solo in Area.

2. La Costituzione si difende non soltanto dalle riforme che ne mettono in discussione il senso più profondo. Ma, per noi, dando a tutti un “giudice a Berlino”. Ovvero una giurisdizione all’altezza delle nuove sfide e dei bisogni diffusi. Quella in grado di misurarsi anche con i problemi incancrenitisi per le inerzie di altre istituzioni. Pensate ai casi Ilva, Mirafiori, Eternit, Mafia Capitale. Vicende che mostrano plasticamente il cedimento progressivo dell’effettività dei diritti. Ma una giurisdizione all’altezza delle sfide, oggi ha grande bisogno di un soggetto collettivo nella magistratura, in grado di riscoprire un metodo di elaborazione partecipato e coerenza nei comportamenti. Insomma capace di superare personalismi e opportunismi. Diciamolo con franchezza, oggi quel soggetto non c’è. E noi dovremmo esserequi per ri-costruirlo.

3. Un soggetto collettivo, in grado di portare idee per la qualità della giurisdizione, e non solo per produrre un numero maggiore di sentenze. Un soggetto che dica la sua, senza tentennare sulle riforme della giustizia (Se c’è qualcosa di buono sull’ordinamento penitenziario si deve riconoscere e sostenere. Se ci sono evidenti “compromessi al ribasso” come sulla prescrizione si devono pubblicamente denunciare. Se ci sono soluzioni del tipo di quella votata alla Camera sulla giustizia minorile si devono contrastare culturalmente, con l’elaborazione di proposte alternative). Ma quel soggetto collettivo deve affrontare il tema dello stato di salute del governo autonomo della magistratura, senza pensare solo al numero di direttivi che è in grado di esprimere. Perché se oggi sul caso “Palermo-misure di prevenzione” si parla di defaillance risalenti nel tempo per durata procedure, tenuta ruoli, affidamento degli incarichi; vuol dire che il circuito “dirigenti-consigli giudiziari-CSM” ha abdicato al suo ruolo. E allora c’è bisogno di un gruppo di magistrati con il coraggio di cercare la verità e di impegnarsi per impedire certe derive.

4.Dobbiamo chiederci, senza ipocrisia, se il nostro sistema riproduca le fragilità di altri segmenti della classe dirigente del nostro paese, compresi gli “opportunismi” e la personalizzazione del potere.Noi non possiamo tuonare contro gli aspetti inaccettabili di una recente legge sulla proroga dei pensionamenti che ci avverte che i magistrati non si dividono più solo per funzioni ma ve ne sono alcuni di serie A e altri di serie B. Non possiamo farlo, se siamo noi stessi ad alimentare quella “svolta” con i comportamenti di tutti i giorni, con i silenzi, con i distinguo, con le pretese sulla carriera. Stiamo raccogliendo senza reagire i frutti avvelenati delle riforme del 2006-2007. Che hanno riportato in auge i Vecchi Mostri del “carrierismo” e della “gerarchia”. E i magistrati sono a rischio di mutazione genetica.

5. Mi colpisce, anche umanamente, sentire un giudice ultra sessantenne demoralizzato per la sua storia professionale perché il figlio, collega trentenne, lo deride accusandolo di essere arrivato a quella età senza avere mai ricoperto neppure un ruolo semidirettivo. Mi colpisce, ma è lo specchio dei tempi. Ci sono magistrati che pensano più ai titoli che alla giurisdizione. E qui si rischia il “corto circuito” con il ritorno della “gerarchia”. La legge l’’ha voluta per le procure, per dare omogeneità a
prassi investigative e accusatorie. Ma è “strisciante” ormai in ogni ufficio come prodotto del personalismo dei nostri tempi. E’ diffusa la percezione che il capo, non sempre “illuminato”, sia arbitro del tuo destino. A sua discrezione offre o nega quei titoli, e ti valuta. La ricerca del suo gradimento” può indurre timidezze e conformismi, Ad esempio, a “sposare acriticamente” linee operative perché “così vuole il capo”. Se non c’è un gruppo associativo che si occupa concretamente della vita degli uffici in grado di condividere l’idea di democrazia partecipativa, ne soffre l’indipendenza interna del magistrato. E ciò si riflette sul bene prezioso dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

6. E poi l’aspirazione alla nomina non di rado si traduce nella ricerca “spasmodica” di appoggi. Li si annidano le “degenerazioni del correntismo giudiziario”, ma anche le interferenze improprie di “ambienti altri”. Il CSM è al centro di forti pressioni. E diventa vulnerabile se si trasforma da “custode delle regole” a “custode della forza dei numeri”; se le fisiologiche intese di un organo collegiale diventano terreno dove tutto è negoziabile. Quindi, c’è bisogno di criteri di scelta che rendano trasparente il nostro
operato, che il CSM ha tentato di riscrivere lo scorso anno con la nuova versione del testo unico per la dirigenza. Ma tutto questo non basta, se manca un soggetto collettivo che ha il coraggio della denuncia, l’intelligenza della proposta e la coerenza delle azioni, a partire da quelle che riguardano i suoi aderenti. Questo gruppo di magistrati oggi non c’è. Ma ci sono la nostra storia e le nostre radici che vanno messe a disposizione di un progetto collettivo. Oggi come un tempo, il percorso è in salita e bisogna essere pronti a rinunce personali. Anche così si difende concretamente la Costituzione.

(4 novembre 2016)
7 novembre 2016
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