Scritti inediti

Spiccioli di Md di Marco Ramat

con un'introduzione di G. De Cataldo

Nel 1984 Marco Ramat stilò l’indice per un libro che pensava di intitolare “Spiccioli di Md”. I sette pezzi inediti sono stati pubblicati in Appendice al volume che raccoglie gli atti della Giornata di studi in memoria di Marco Ramat “Crisi della Giurisdizione e crisi della politica”. Pino Borrè ha stilato le note di presentazione dei sette capitoli. Li pubblichiamo con una presentazione di Giancarlo De Cataldo



Indice:

Nota introduttiva agli Spiccioli di Md e indice autografo di Marco Ramat

I-  La Nascita di Md

II- O.d.G. Tolin e Piazza Fontana

III- Md e il ‘68

IV- La Segreteria Petrella

V- Giuseppe Maranini

VI- Lo schiaffo di Gava

VII- E non poter scendere tra il popolo


LA PRESENTAZIONE


Sugli scritti in onore di Marco Ramat: “spiccioli” dell’autunno 2012

di GIANCARLO DE CATALDO

Mentre compulso gli “spiccioli” di Marco Ramat, la mia posta elettronica ribolle, bombardata dai messaggi della nostra mailing-list “generalista”. E’tutto un fiorire di punzecchiature in punta di penna, simulato ossequio formale, ripetute, talore estenuanti esternazioni punteggiate dal ricorso ossessivo alla parola “collega”. Il contrasto con la prosa ricca, affilata, passionale di Marco Ramat non potrebbe essere più stridente. Ho la sensazione di rivivere, fatte le debite proporzioni, la lacerante dicotomia che Ramat racconta rievocando il celeberrimo “ordine del giorno Tolin”, con quel senso di una “linea d’ombra” che gli MD-duri, come li chiama Ramat, coraggiosamente e con una buona dose di calcolata e consapevole incoscienza valicano, mentre gli altri, in maggioranza bravissime e degne persone, si arrestano un passo prima della soglia fatale. Anch’essi ugualmente consapevoli, ma, verrebbe da dire,“ordinatamente” tali. Dove nel concetto di “ordine” si fondono la percezione di un rischio da evitare a tutti i costi e il timore del distacco da ben più rassicuranti sponde.

L'HOMO MAGISTRATUS - Conobbi Marco Ramat intorno al 1984. Avevo cominciato a frequentare la sezione romana di MD ancora prima di ricevere l’investitura delle funzioni. Sentirsi giudice e sentirsi giudice di MD fu, per me, una cosa sola. In MD leggevo un modello di magistrato che non era disposto a rinunciare, per il solo fatto di aver indossato la toga, a vivere nella sua totalità la ricchezza di una vita sociale, affettiva, culturale. Ricordo figure storiche di quella MD di un tempo: Gabriele Cerminara, Ciccio Misiani, l’ironico Gaetano Dragotto, Franco Marrone, Marco Pivetti, Gaetanino Zecca, Pino Borré, Franco Ippolito e Nello Rossi, già di una diversa generazione ma di un comune sentire, e tutti gli altri... come definirli, senza scatenare una qualche reazione risentita? Mi verrebbe da dire, spontaneamente, “compagni”,per quanto possa apparire datato e demodé... A traghettarmi verso MD era stato Luigi Saraceni, del quale divenni- e mi onoro tuttora di essere- amico. Provavo per Luigi l’ammirazione che un figlio unico può tributare al fratello maggiore che avrebbe sempre desiderato avere e che non ha mai avuto. Gli devo la definizione di “homo magistratus”: attribuita, in un lampo geniale di sarcastico umorismo, a un “collega” (è il caso di dirlo) dai modi bruschi, noto per l’eloquio stentato e gli interessi, diciamo così, circoscritti, è diventato, per me, il modo abituale di qualificare il tipo del magistrato ripiegato su se stesso, alieno dal confronto con la società, refrattario all’elasticità del diritto che vive nella Storia, conservatore non per libera e consapevole scelta, ma per la necessità di sopravvivere, ancorato alle proprie certezze, alla complessità del divenire. E, dunque, se in MD cercavo l’alterità rispetto a un contesto in cui “homo” e “magistratus” troppo spesso erano in radicale conflitto fra loro, e il secondo finiva ineluttabilmente col prevalere, nel rileggere oggi i suoi “spiccioli” si deve concludere che Marco Ramat questa alterità non solo incarnava, come del resto l’intera “vecchia guardia”, ma che di essa fu, negli scritti come nell’agire concreto, testimone e divulgatore di eccezionale qualità.

VECCHIA GUARDIA - Mi accorgo di aver usato un’espressione obsoleta. Vecchia Guardia. Io che ero un giudice ragazzino, quasi trent’anni fa: ci misi un anno per decidermi a prendere la parola, un po’ intimidito e molto stimolato da quelle figure dalle quali stavo imparando a trasformare un progetto di giudice in un giudice vero e proprio. E, ripensandoci, non c’è forse misura maggiore della distanza che ci separa da quella stagione della scenografia di quegli incontri. Che si chiamavano “assemblee” (parola sopravvissuta ormai solo nei riti delle occupazioni studentesche) e vivevano della cappa del fumo di innumerevoli sigarette che, nei momenti delle discussioni più accese (e non mancavano, ve lo assicuro) rendevano l’aria irrespirabile, determinando però, al contempo, un robusto, accogliente clima solidale che scaldava il cuore. Niente che gli asettici “format” ai quali abbiamo consegnato il nostro stare insieme possa nemmeno lontanamente immaginare.

PARTECIPAZIONE COME FATTO NATURALE - Ciò che più colpisce degli scritti di Ramat- in particolare del bellissimo “E non poter scendere...”- è il fatto che la partecipazione del magistrato alla vita sociale, politica, culturale del proprio tempo non venisse considerata un’eccezione, un fuor d’opera, l’eccentricità di poche figure ammalate di protagonismo, e via dicendo. Era, semplicemente, un fatto naturale. Ramat porta il saluto di MD al congresso del PSI. E partecipa, come osservatore, a quello del PCI. Non avverte la necessità di alcuna giustificazione. Avesse detto, pubblicamente, di essere partigiano della Costituzione, lo avrebbero applaudito. Perché la Costituzione era un valore in cui i democratici tutti si riconoscevano. E perché la Costituzione presenta almeno due profili per i quali può, senza tema di smentita, essere definita “partigiana”: l’origine, dovuta al concorso delle componenti che, prima ancora di costituirsi in partito, furono parte attiva della lotta partigiana, e le proposizioni nelle quali il Legislatore s’impegna a rimuovere gli ostacoli che si frappongono fra l’ugugaglianza formale e quella reale dei cittadini. Oggi tutto questo è, ancora una volta, inimmaginabile. E’ legittimo domandarsi se Marco Ramat avrebbe sottoscritto un codice deontologico come quello che si è data l’ANM. Se il dibattito sul “partecipare-non partecipare”,per esporre la propria visione del mondo, a un congresso politico o alle“primarie”, lo avrebbe appassionato o avrebbe generato un qualche puntuto e appassionato elzeviro. Non possiamo saperlo, purtroppo. Ma ad ognuno di noi la risposta dovrebbe essere chiara, rileggendo le sue riflessioni.

L'ARRETRAMENTO CULTURALE DELLA MAGISTRATURA - Ho affrontato l’argomento, qualche tempo fa, con alcuni amici (questa è una parola che non dovrebbe offendere nessuno, e in ogni caso la preferisco a “collega”) del nuovo soggetto AREA. Mi hanno ascoltato con nemmeno troppo velata ironia, e hanno concluso che, sì, storicamente è tutto vero, ma oggi sono altri tempi. Il mondo è cambiato, la giustizia è cambiata, MD è cambiata, e AREA si spera sia al passo coi tempi. Mi hanno fatto sentire fuori contesto. Diciamo pure: un dinosauro. Beh, che i tempi siano cambiati è innegabile. Ed è altrettanto innegabile che certe teorizzazioni sull’intellettuale collettivo, ad esempio, siano non solo passate di moda, ma debbano e possano essere, oggi, accantonate: con garbato, e sereno, senso critico. Ma il nucleo forte del pensiero e dell’insegnamento di Marco Ramat e degli altri della sua generazione non può essere abbandonato, come si trattasse dell’armamentario obsoleto di uno dei periodi più oscuri del “secolo breve”. In questi ultimi anni la Magistratura italiana, compresa quella associata, ha vissuto, a mio avviso, un complessivo arretramento culturale. Non intendo con questo affermare che tutti i magistrati italiani sono peggiorati. Me ne guarderei bene. Ma sono convinto che i dibattiti, soprattutto nell’ultimo periodo, stiano riportando in voga un modello di giudice in apparenza venato di modernità, ma nella sostanza arcaico. Quel modello di giudice contro il quale MD nacque: e se Marco Ramat si vantava, con un certo vezzo puntiglioso, di non esserne stato fra i fondatori, l’autorità morale che gli sarebbe derivata dalla militanza non può comunque essergli negata. Il giudice efficiente non è di per sè un male, anzi. A patto che l’efficienza sia coniugata con la qualità della produzione. La sentenza stringata, la motivazione essenziale non sono altrettanti mali, anzi. Per contro, a volte il peggio si annida nei vacui esercizi di stile, nell’autocompiacimento infarcito di citazioni, in una sovrabbondanza tecnicistica che maschera l’illogicità del pensiero fondante. Neanche le statistiche sono, di per sè, il male. Purché non se ne faccia un mito.

Ciò che è, invece, davvero il male, è un giudice intimidito dal potere, e perché intimidito, ossequioso. Un giudice che ha paura di esprimere le proprie idee, che preferisce coltivarle in un silenzio che, come nello stupidario di Bouvard&Pecuchet, viene immancabilmente definito “operoso”. Per contrapporlo al chiacchiericcio insensato di chi, invece, le proprie idee le mette in campo, e non ha timore di confrontarsi con il campo avverso. Dimenticando che non sempre chi tace ha una qualche ricchezza interiore da nascondere: potrebbe, più semplicemente, non aver nessuna idea su niente, e, dunque, assecondare, come l’”homo magistratus” di cui sopra, quella prevalente. E che quasi mai, al contrario, chi ha l’orgoglio del proprio pensiero ne fa strumento di prevaricazione: non ne ha bisogno, perché conduce la sua battaglia a viso aperto, senza sotterfugi, alla luce del sole.

Arrivano altre mail di “colleghi”.Dispute che si trascinano ormai da centinaia e centinaia di comunicazioni. Vertono su argomenti decisamente affascinanti: la disciplina dei fuori ruolo, le carriere privilegiate, se sia giusto che il magistrato, per recarsi sul luogo di lavoro, usufruisca di un permesso di attraversamento del centro storico, in che modo limitare lo strapotere delle correnti, se l’ANM debba essere rifondata o semplicemente rottamata, se è giusto che il Tale o il Talalatro siano stati nominati dirigenti di questo o di quell’ufficio a detrimento del Tale o del Talaltro, sicuramente più meritevoli, se AREA, quando vota al CSM, sia esente da ogni influenza politica e/o collateralismo culturale, se il Consigliere Mevio possa essere autorizzato a tenere dieci lezioni all’Università di X... ovvero se ciò costituisca violazione dei parametri occhiutamente individuati dalla circolare numero... del... integrata dalla nota della Presidenza del... con protocollo del...

Intanto oggi, proprio oggi, nella mia città, Taranto, in conseguenza di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, si consuma il dramma sociale del contrasto fra il diritto alla salute e quello al lavoro. E io sono qui a ricordare le parole di Marco Ramat:

e non poter scendere in mezzo al popolo...




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2 dicembre 2012
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