In ricordo

Salvatore Senese, la sua lezione di fronte allo squallore di oggi

Proponiamo il brano di Luigi Ferrajoli pubblicato da il manifesto del 18 giugno 2019.

Nelle sue parole, il miglior antidoto alla demagogia di chi chiede il dissolvimento delle associazioni e, così facendo, impedisce un reale cambiamento delle stesse o propone di cambiare tutto per non cambiare niente. (L’Esecutivo nazionale di Magistratura democratica)

 Quanti hanno conosciuto Salvatore Senese misurano oggi, dopo la sua scomparsa, l’enorme debito di gratitudine nei suoi confronti. Per il suo impegno nella difesa dei diritti, per il ruolo garantista della giurisdizione.

Un ruolo da lui teorizzato e promosso, per la sua statura morale e intellettuale, Salvatore è stato forse la figura di magistrato più rilevante di quest’ultimo mezzo secolo. Per me è stato l’amico fraterno di una vita. 

Più d’ogni altro Salvatore ha impersonato lo spirito e il senso di Magistratura Democratica, di cui è stato segretario negli anni del terrorismo, quando difese con fermezza autorevole le garanzie del corretto processo – quali garanzie di verità, e non solo di immunità contro l’arbitrio – negli anni della legislazione e della giurisdizione d’emergenza. Oggi, di fronte alle squallide vicende che stanno gettando discredito sulla magistratura e sul suo organo di autogoverno, ricordare gli insegnamenti di Salvatore è più che mai essenziale. Sono molti questi insegnamenti. Ne ricorderò soltanto tre, che equivalgono ad altrettanti aspetti della sua figura complessa di intellettuale.

In primo luogo il nesso stretto e costante tra la pratica giudiziaria e la riflessione teorica, l’una quale sollecitazione e banco di prova della seconda e la seconda quale guida razionale e illuminante della prima. Salvatore ha scritto moltissimi saggi su tutti i temi del costituzionalismo democratico: sui fondamenti dell’indipendenza dei giudici e della separazione dei poteri, sulla deontologia giudiziaria, sul modello garantista della giurisdizione, sulle garanzie dei diritti sociali e del lavoro, sul valore della pace, sui diritti dei popoli, sui crimini contro l’umanità.

Il fascino della sua personalità di giudice e insieme di studioso, di operatore e al tempo stesso di teorico, consiste nell’aver insegnato e promosso l’onere della riflessione sui fondamenti del potere giudiziario e sul costante pericolo della sua trasformazione in arbitrio, quale condizione necessaria per dare senso e valore al difficile mestiere di giudice,

Di qui il secondo ordine di insegnamenti, in tema di deontologia giudiziaria: la consapevolezza del carattere sempre relativo ed incerto della verità processuale, la disponibilità all’ascolto di tutte le opposte ragioni, l’attitudine al dubbio e il rifiuto di ogni supponenza, la valutazione equitativa della specificità irripetibile dei fatti sottoposti al giudizio, il rispetto per tutte le parti del processo, delle quali soprattutto i giudici devono meritare la fiducia. E poi il costume di indipendenza da qualunque potere, interno o esterno all’ordine giudiziario, e il primato assegnato, nell’esercizio della giurisdizione, ai diritti stabiliti dalla Costituzione e conseguentemente ai soggetti più deboli che di quei diritti sono i titolari insoddisfatti: alle loro istanze di uguaglianza e alle loro aspettative di tutela, da Salvatore concepite come il banco di prova e la fonte di inveramento dei valori costituzionali.

Il punto di vista interno della Costituzione veniva così a saldarsi, nella riflessione e nell’insegnamento di Senese, con il punto di vista esterno dei soggetti lesi nei loro diritti e con le loro domande di garanzia, fino a capovolgere l’immagine tradizionale del giudice: tutore e garante dei diritti dei cittadini contro i poteri sia pubblici che privati, consapevole della permanente possibilità dell’errore, indipendente perché contro-potere ma proprio per questo aperto alle critiche del suo operato da parte dell’opinione pubblica, alieno dalla ricerca del consenso e tuttavia col legato alla sovranità popolare per il tramite della garanzia dei diritti fondamentali spettanti a tutte le persone in carne ed ossa.

Di qui, infine, il valore assegnato da Salvatore all’associazionismo giudiziario e al pluralismo delle correnti di opinione che si confrontano all’interno della magistratura. È su questo tema che l’insegnamento di Salvatore è oggi più attuale che mai: giacché l’associazionismo da lui sostenuto e praticato è esattamente l’opposto di quello oggi esibito dai traffici penosi venuti alla luce in questi giorni e che mostrano la degenerazione di talune correnti dell’Associazione Magistrati in oscuri gruppi di potere.

Secondo Salvatore, al contrario, il pluralismo delle correnti è sempre stato il principale antidoto al corporativismo e allo spirito di casta e, insieme, il maggior fattore di trasparenza e responsabilizzazione nelle funzioni dell’autogoverno. E l’associazionismo è sempre stato da lui concepito e praticato come il veicolo indispensabile per la realizzazione di due valori: il valore anzitutto dell’uguaglianza dei giudici voluta dall’art. 107 della Costituzione, incompatibile con carriere e carrierismi e condizione necessaria della loro indipendenza interna; il valore inoltre di strumento e luogo di riflessione collettiva, di maturazione democratica e di battaglie civili a sostegno dei valori della giurisdizione.

Dovremo a lungo riflettere su questi e sui tanti altri insegnamenti di Salvatore. Frattanto, la migliore risposta al malcostume emerso in questi giorni nella magistratura e ai progetti di quanti vogliono approfittarne per minarne l’indipendenza, è la riproposta del modello di giudice teorizzato e praticato per mezzo secolo da Salvatore Senese e, insieme, della sua concezione dell’associazionismo dei giudici e del pluralismo associativo come fattori indispensabili di crescita democratica. 

Luigi Ferrajoli
Professore emerito di Filosofia del diritto, Università degli Studi "Roma Tre"
Pubblicato su il manifesto del 18 giugno 2019

18 giugno 2019
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