L'intervista

De Vito: "D.L. migranti? Si rischia giustizia minore"

Intervista al presidente di Magistratura democratica Riccardo De Vito

«Pericoloso togliere un grado di giudizio all’esame delle richieste di asilo. Sono in gioco i diritti fondamentali di persone che in caso di rimpatrio rischiano la vita», dice Riccardo De Vito.

«Si rischia di creare una “giustizia minore” per “cittadini minori”»: è l’allarme che lancia il presidente di Magistratura democratica Riccardo De Vito in merito al decreto migranti ora in esame al Senato. La corrente di sinistra delle toghe è molto netta sul provvedimento che porta la firma del guardasigilli Orlando, su cui ha espresso critiche anche l’intera Anm con un documento approvato dal suo parlamentino lo scorso sabato.

Presidente De Vito, voi di Md puntate il dito soprattutto su due punti: l’abolizione dell’appello e la centralizzazione in quattordici tribunali di tutte le cause in materia di asilo. Perché non vanno?

In primo luogo perché si toglie un grado di giudizio in un processo civile in cui sono in gioco diritti fondamentali, diritti di vita o di morte di persone che in caso di rimpatrio sarebbero esposte a trattamenti inumani, guerre e persecuzioni. A fronte di cause civili di valore modesto in cui sono presenti tre gradi, avere procedimenti così importanti con solo due gradi di giudizio appare una violazione di principi costituzionali e internazionali.

I difensori del decreto affermano che i gradi sono comunque tre, perché prima del tribunale c’è il giudizio di fronte alla commissione territoriale.

Sì, ma le commissioni territoriali sono autorità amministrative, non si può equipararle a un giudizio di fronte a magistrati. Il decreto, per giunta, non dice quali siano i requisiti di indipendenza che devono avere le persone chiamate a far parte di tali commissioni.

Poi c’è la seconda questione: la centralizzazione delle cause in quattordici tribunali.

La professionalizzazione dei giudici che si occupano di protezione internazionale (diritto di asilo, ndr) prevista dal decreto, mediante corsi alla scuola della magistratura con l’Alto commissariato per i rifugiati, può essere un aspetto positivo. Ma il fatto che tutto si concentri in quattordici tribunali per tutto il Paese contribuisce ad allontanare il cittadino straniero, e anche il suo difensore, dal foro in cui è trattata la sua causa. C’è dell’altro: questo giudizio in tribunale rischia di essere senza contraddittorio, con la semplice videoregistrazione dell’audizione dello straniero resa di fronte alla commissione territoriale, senza la presenza in aula di un mediatore linguistico-culturale.

Figure professionali, quelle dei mediatori, che sono carenti nelle aule di giustizia…

Esatto, anche perché queste riforme vengono spesso introdotte con clausola di neutralità finanziaria. I mediatori, tra l’altro, servirebbero in numero maggiore anche nelle carceri e nei cosiddetti hotspot. A proposito: il decreto ha perso l’occasione per regolare una volta per tutte con norma di legge proprio gli hotspot, spesso lasciati a leggi regionali o circolari del ministero degli Interni.

Voi giudicate negativamente l’aumento a 135 dei giorni di detenzione dei migranti nei Centri di permanenza per i rimpatri (ex Cie). Ma non sono indicazioni che vengono dalla Ue?

Attenzione con il “ce lo chiede l’Europa”, perché dipende quale Europa. Bisognerebbe ricordarsi che la Corte europea dei diritti umani con la sentenza Khlaifia (dicembre 2016, ndr) ha condannato l’Italia proprio per gli hotspot, luoghi in cui gli stranieri sono privati della libertà senza controllo dell’autorità giudiziaria. E poi le indicazioni che arrivano dalla Ue sull’accelerazione delle procedure di riconoscimento dell’asilo non vanno interpretate sostituendo la videoregistrazione all’audizione dello straniero in persona: una scelta che non ci sembra conforme alle intenzioni del legislatore europeo.

Il governo ha presentato il decreto sui migranti insieme a quello sicurezza voluto dal ministro Minniti, ora alla Camera. Qual è il vostro giudizio su quest’altro provvedimento?

Il decreto sicurezza sembra ispirato alla logica di un’inquietante amministrazione locale della paura, per citare il titolo di un importante saggio. Si lega la sicurezza al decoro: invece di rimuovere le cause dell’esclusione, si nascondono poveri e marginali dagli occhi dei ricchi. Non solo: è pericoloso rimettere al potere del sindaco di intervenire sulla libertà di circolazione delle persone con allontanamenti e divieti. Sono norme ideologiche, anche prive di effettività, come le multe ai clochard. Alla base c’è una politica più incentrata sulla ricerca di misure ad effetto per il cosiddetto diritto alla sicurezza che non sulla sicurezza dei diritti di tutti.

Il Manifesto, 10 marzo 2017

10 marzo 2017
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