La scomparsa di Franco Cordero

Il ricordo di Magistratura democratica

di Elisabetta Cesqui
Rigoroso e geniale, graffiante e immaginifico. Nelle parole di Betta Cesqui, il ritratto di un grande Maestro: capace di straordinaria ironia e umanità, sempre pronto a mettere la sua sconfinata cultura al servizio dei valori collettivi, ma senza mai cedere al protagonismo mediatico.

Franco Cordero era un uomo schivo; potremmo dire, nell’accezione particolare che la parola assume quando si parla di vecchi gentiluomini piemontesi, un uomo burbero. Eppure capace di straordinaria ironia e umanità e con una consapevolezza del dovere civile di mettere la propria sconfinata cultura al servizio dei valori collettivi che costituisce un sublime esempio di aristocratica umiltà.

Non era facile coinvolgerlo in iniziative pubbliche, anzi aveva la fama di essere inaccostabile, e quando miracolosamente riuscii a ottenerne la disponibilità per la partecipazione a un convegno di MD che stavo organizzando in Cassazione e chiesi a Stefano Erbani, prezioso mediatore di quella disponibilità, come contattarlo per i dettagli, lui mi disse: “è semplice, il suo numero è sull’elenco del telefono”, e così credo sia stato fino a oggi.

Questo insignificante dettaglio, sarà la commozione per la sua morte, mi sembra oggi cogliere una cifra emblematica della sua personalità, insieme alla cortesia del tratto nella nostra conversazione telefonica e l’espressione piacevolmente sorpresa che gli attraversò lo sguardo quando andai, come segno di cortesia, ad accoglierlo all’ingresso della Corte per accompagnarlo nell’aula del convegno.

Il suo intervento fu magistrale, asciutto e avvincente. Era il febbraio del 2004 e il tema in discussione era quello del rapporto tra il giudice e l’interpretazione della legge, ma non c’era nessun compiacimento accademico in quell’incontro: il 21 gennaio il Senato aveva approvato in prima lettura la riforma dell’ordinamento giudiziario e nel disegno di delega era inserita una previsione che vincolava il legislatore delegato a introdurre come illecito disciplinare: “l’adozione di atti e provvedimenti il cui contenuto palesemente e inequivocabilmente sia contro la lettera e la volontà della legge o costituisca esercizio di una potestà riservata dalla legge ad organi legislativi o amministrativi ovvero riservata ad altri organi costituzionali”, nel testo approvato  in commissione c’era addirittura un riferimento censorio della “giurisprudenza creativa”.

Era all’evidenza il precipitato della filosofia di fondo della riforma dell’ordinamento giudiziario: mortificare l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati limitandone l’azione nell’attività giurisdizionale e ricostruendo meccanismi vincolanti di carriera per ottenere, per dirla proprio con le parole di Cordero “Tribunali servizievoli, sillabanti le formule dettate dagli eletti”.

Questa era la posta in gioco nella cornice di una male interpretata supremazia della politica che, nell’ottica di un distorto maggioritario, attribuiva a chi aveva avuto la maggioranza parlamentare il monopolio assoluto del potere.

Quale ostacolo fosse per questo disegno una magistratura autonoma era fin troppo evidente. Questo tema era stato al centro del congresso di MD in una memorabile tavola rotonda coordinata da Franco Ippolito con Giuliano Amato e Stefano Rodotà. Il giorno dopo il convegno, si sarebbe aperto a Venezia un congresso dell’ANM che avrebbe segnato un punto fermo nella difesa dei valori della giurisdizione. Sulla base della consapevolezza della gravità della sfida si era mobilitata la coscienza civile del paese anche attraverso le sue intelligenze più raffinate.

Sembra una storia ormai lontana, mentre invece bisognerebbe tenere vivo il ricordo di quella stagione perché si corre il rischio di sminuire in aneddotica la successione delle leggi ad personam, che pure non erano uno scherzo, dimenticandone il nesso con un più radicale, certamente il più radicale fino ad allora, tentativo di riassetto degli equilibri istituzionali nel bilanciamento dei poteri: la  convinzione che il sistema maggioritario invece di richiedere, come richiede, un più penetrante sistema di contrappesi, innesti una “presa diretta” tra il paese e la sua rappresentanza  parlamentare, conferendo a questa una posizione di supremazia rispetto agli altri poteri.

Non dimentichiamo che proprio in quel periodo fiorì d’imperio in tutte le aule di giustizia la citazione monca dell’art. 101 della Costituzione “la giustizia è amministrata in nome del popolo”. Era proprio la parte mancante del 101, “i giudici sono soggetti solo alla legge” a dare il senso di quel cortocircuito tra il “popolo sovrano” e la maggioranza parlamentare che esso esprime attraverso il voto, che costituiva l’inebriante scoperta e l’obbiettivo dei nuovi governanti. Il nuovo millennio ci ha poi portato inedite e rinnovate versioni della medesima illusione, ma oggi non parliamo di questo.

La più raffinata delle intelligenze che si sentì in dovere di contrastare questo disegno fu quella di Franco Cordero e lo fece in un modo inedito e geniale, diventando ironico, iperbolico, graffiante, immaginifico polemista, senza mai cedere al protagonismo mediatico, centellinando le apparizioni pubbliche (lo ricordo in qualche rara occasione televisiva) e inventando una cifra comunicativa nella quale l’abbinamento con le vignette di Altan coglieva il cuore del messaggio senza banalizzarlo.

Ma questo non può far dimenticare la rigorosa lezione scientifica che tanti di noi hanno tratto dal suo manuale sulla procedura penale, nata come ancella povera delle dottrine processuali e tardivamente assunta ad autonoma dignità, che a ogni edizione diventava più ricco di squarci illuminanti sulla storia degli istituti, di lapidarie definizioni e di folgoranti connessioni che nascevano dalla sconfinata sapienza dell’autore e sfidano ancora il lettore a confrontarsi con i problemi e a rifuggire atteggiamenti di passivo recepimento delle soluzioni, per non parlare delle vette dei suoi testi scientifici e letterari, da “Riti e sapienza del diritto” a “Gli osservanti”.

Per questo abbiamo tutti un debito di riconoscenza nei confronti di Franco Cordero e dovremmo tenere tutti a mente il suo numero nell’elenco telefonico dell’eternità.

10 maggio 2020
Ultimi articoli
Combattere le radici della degenerazione

L'impegno di Magistratura democratica

di Riccardo De Vito
Per ricostruire l’indipendenza interna ed esterna della Magistratura occorre riportare la democrazia negli uffici, ‘decomporre’ il potere dei capi, mostrare coerenza tra predicato e praticato, profondere impegno e partecipazione nei luoghi dell’elaborazione comune, a partire dall’ANM. Solo così, in luogo della politica del potere, potrà finalmente ripartire la politica delle idee.
Due seminari in vista del Consiglio Nazionale

Continuando a discutere: MD, la crisi, le proposte

di Esecutivo di Magistratura democratica
In vista del Consiglio Nazionale del 13 giugno 2020 invitiamo tutti a partecipare a due incontri aperti: il primo sul sistema elettorale del CSM e sulle sue prospettive di riforma; il secondo sul ruolo della dirigenza e sulla conformità delle funzioni direttive all’assetto costituzionale della magistratura, differenziata al suo interno soltanto per funzioni.
Intervento al Comitato direttivo centrale dell'ANM

Appunti in difesa dell'Associazione Nazionale Magistrati

di Silvia Albano
Il valore e la centralità dell’ANM, casa comune di tutti i magistrati, dove ogni orientamento trova modo di esprimersi e che dal pluralismo trae la propria ragion d'essere e la sua autorevolezza.
MEDEL: a 28 anni dalla strage di Capaci

23 maggio: giornata di allerta per l'Indipendenza della Giustizia

di MEDEL - Magistrats Européens pur la Démocratie et les Libertés
Ricordando l'anniversario dell'assassinio di Giovanni Falcone da parte della mafia nel 1992, MEDEL ha dichiarato il 23 maggio Alert Day sull'Indipendenza della Giustizia in Europa. Come sottolinea la dichiarazione diffusa oggi, negli ultimi anni gli attacchi contro l'indipendenza della magistratura sono aumentati e quel che accade in Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria testimonia la fragilità dei sistemi giudiziari anche in Europa. Medel ricorda, in questi giorni, anche le vicende della Turchia e di Murat Arslan, il presidente dell'associazione membro di Medel, ancora detenuto e condannato ad una pena di dieci anni, in violazione dei principi del giusto processo.
A proposito della querelle Bonafede-Di Matteo

Domande senza risposte e ineffabili suggestioni

di Mariarosaria Guglielmi
Le interlocuzioni che hanno preceduto la nomina del responsabile del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, rivelate durante una trasmissione televisiva da uno degli interessati, sono l'occasione per riflettere sulle esternazioni dei magistrati, i loro limiti e le ricadute sui rapporti fra le istituzioni.
Tecnologia e processo

Non si stravolga il principio dell’oralità e immediatezza: il processo vero si fa in aula

di Mariarosaria Guglielmi
La tecnologia può assicurare efficienza, ma i nuovi strumenti devono essere governati e non subiti. È necessario investire sul processo penale telematico, favorendo l’accesso digitale agli atti e la circolazione dei documenti. Occorre smaterializzare le carte, non le persone.