Il discorso

Scarpinato ricorda Giovanni Falcone

Sono trascorsi ventidue anni dalle stragi del 1992.

Ed ogni anno che trascorre, mentre il paese sembra scivolare in una sorta di cupio dissolvi - nel quale crisi economica, crisi  politica, crisi dei valori appaiono sintomi diversi di uno stesso male oscuro che attanaglia una società ormai  sempre più  priva di punti di riferimento e  di collanti comuni - avverto come l’eredità lasciataci da Giovanni Falcone continui a costituire una preziosa  bussola che, nei marosi che scuotono il vivere comune e nelle nebbie che oscurano la visibilità, offre sicure coordinate di orientamento indicando la rotta da seguire.

Si tratta di una  eredità così ricca che non basterebbe una intera giornata per farne inventario.

Eredità polivalente perché non riguarda solo il piano professionale del suo essere magistrato, ma anche il piano esistenziale del suo essere uomo. 

Il suo modo di coniugare intelligenza disincantata della realtà della vita e idealismo, passione ed equilibrio, forza e tenerezza, pragmatismo e visione generale, costituisce una importante lezione esistenziale affidata alla memoria di coloro che per ragioni  anagrafiche ebbero modo di conoscerlo personalmente.

Una lezione umana che custodisce il segreto e la premessa stessa della sua lezione istituzionale: del modello di uomo di Stato che egli ha incarnato e ci ha lasciato come esempio. 

Oggi vorrei accennare  solo ad un particolare profilo di questa lezione umana.

Giovanni aveva una straordinaria capacità di lettura di quello che, non a caso, definì il gioco grande del potere, di cui il sistema mafioso era solo una articolazione, e proprio per questo motivo, era consapevole di misurarsi con forze immani che operavano fuori e dentro lo Stato sui terreni della politica, dell’economia e del crimine.

Forze che metteranno in campo contro di lui incessanti  manovre di delegittimazione per isolarlo, per  precludergli la possibilità di divenire capo dell’ufficio istruzione, di svolgere poi un ruolo incisivo nella Procura della Repubblica di Palermo, dove aveva assunto il ruolo di Procuratore aggiunto delegato a coordinare la D.D.A. appena allora appena istituita.

Forze che pianificheranno, insieme all’ala miliare della mafia, la sua eliminazione fisica  nell’attentato all’Addaura nel 1989, come egli stesso denunciò, facendo riferimento per la regia di quell’ attentato a “menti raffinatissime”.

Forze che in vari modi sono entrate in campo anche durante la stagione stragista del 1992 e del 1993 operando in un dietro le quinte che speriamo le indagini un giorno possano finalmente squarciare.

Quello che continua ad alimentare la mia ammirazione  e a farmi riflettere non è solo il coraggio ed il valore professionale con i quali Giovanni seppe raccogliere quella enorme sfida, ma anche  il modo in cui seppe conservare sempre, anche nei momenti più drammatici, l’equilibrio, il senso della misura, e persino la tenerezza.

Qui sta appunto una importante lezione umana che travalica la dimensione professionale e che va meditata in tempi difficili e scomposti  come quelli attuali, caratterizzati da un dibattito pubblico che talora sembra degenerare trascinando  gli antagonisti in uno scambio di anatemi e di reciproche demonizzazioni.       

Dinanzi alle accuse e  alle critiche  più feroci talora provenienti anche dall’interno del mondo politico, istituzionale e culturale, Giovanni, pur soffrendone amaramente in privato, non si lasciò mai  andare a reazioni scomposte, non si fece trascinare in una spirale perversa di botte e risposte, in un gioco al rialzo di imbarbarimento del dibattito pubblico che avrebbe rischiato di appannare non solo la sua immagine ma anche di quella  parte della magistratura  che insieme a lui aveva dato vita alla nuova stagione dell’antimafia, sancendo una frattura culturale  di portata storica rispetto al passato.

A rileggere a distanza di anni i suoi scritti, i suoi interventi pubblici, le sue dichiarazioni alla stampa, non si riesce a trovare una espressione fuori misura, una caduta di stile, un cedere alle emozioni anche nei momenti più drammatici in cui sembrò sprofondare in un abisso di solitudine.

Abisso di solitudine perché talora si sentì schiacciato tra due fuochi: da una parte l’incessante guerra di parole scatenata su alcuni media contro di lui ed il pool antimafia dagli enormi interessi che tessevano il gioco grande e, dall’altra, le critiche, le accuse - talora gravi come quelle di avere insabbiato le indagini su mafia e politica o quelle di essersi asservito al mondo politico per ambizioni di carriera - provenienti da alcuni settori della società civile che pure in passato lo avevano sostenuto.

Di fronte a tutto ciò egli non rimase passivo a subire gli eventi.
Quando lo ritenne necessario - e sempre  dosando con estrema accortezza i suoi interventi pubblici e sui  media – scese in campo per controbattere alle accuse e alle critiche.

Ma alle armi improprie messe in campo dai suoi nemici e dai suoi critici con il linguaggio della violenza verbale, della insinuazione e della provocazione, seppe ribattere punto su punto  opponendo il linguaggio fermo e pacato, la forza tranquilla ma granitica di uomo di Stato, fedele alla Costituzione, che sapeva elevarsi al di sopra delle proprie umani passioni, al di sopra degli interessi, talora enormi talora mediocri,  che si scontravano sul terreno della storia.

Non si trattava solo di nobiltà d’animo, ma di un poderoso esercizio di autocontrollo nella consapevolezza che la posta in gioco travalicava di larga misura il suo destino personale.

Ho più volte ripetuto che Giovanni e altri pionieri dell’antimafia hanno compiuto l’impresa straordinaria di ripristinare la credibilità dello Stato in una terra nella quale le istituzioni per troppo tempo  non erano state   considerate credibili e rispettabili  perché agli occhi dei cittadini si manifestavano  con i  volti impresentabili di parlamentari nazionali e ragionali, pubblici amministratori e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.

Giovanni Falcone sapeva bene che il poderoso sforzo di ricostruire la  credibilità dello Stato in quella fase storica passava attraverso la ritrovata fiducia della società civile in una magistratura che appariva in grado di dare attuazione al principio costituzionale di una legge uguale per tutti.

L’arresto dei potentissimi cugini Nino e Ignazio Salvo e dopo di loro di Vito Ciancimino, aveva segnato la fine della stagione degli intoccabili, segnando uno spartiacque storico tra un prima e un dopo. Ed era proprio quella ritrovata fiducia nello Stato che si voleva compromettere nella guerra  di parole scatenata contro di lui e il pool sul terreno della comunicazione e dei media.

Quanto gli costasse l’autocontrollo che esercitava su se stesso, lo sanno bene coloro che ebbero il privilegio di conoscerlo e lo testimoniano anche le poche pagine del suo diario personale che si sono fortunosamente sottratte all’opera distruttiva di “pulitori” entrati in campo poche ore dopo la strage di Capaci a Palermo e a Roma per evitare che venissero in mano alla magistratura.

Gli stessi forse che si preoccuparono di sottrarre alla magistratura l’agenda rossa di Paolo Borsellino.
Quelle pagine di diario destinate a restare segrete erano come una sorta di pro memoria personale di parole non dette, di parole non dicibili in pubblico per senso di responsabilità, di parole affidate alla pagina quasi per liberare l’anima da un peso che gravava sul cuore e sull’anima.

Ecco a distanza di 22 anni nei tempi difficili che stiamo attraversando, nei quali quella credibilità dello Stato che, anche grazie al sacrificio di uomini come Falcone, ritenevamo essere ormai conquista definitiva e consolidata, si rivela invece conquista fragile e reversibile, la lezione di misura di Giovanni Falcone continua ad essere una eredità preziosa sulla quale dovremmo tutti tornare a meditare.

Una bussola che ci indica la rotta da seguire quando il cielo sopra di noi  si oscura e rischiamo così di perdere l’orientamento. 

(23 maggio 2014)

20 giugno 2014
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