Il commento

"Serve un'Europa diversa

Quale ruolo per la giurisdizione"
di LUIGI MARINI

L’intervento del Presidente Napolitano alla cerimonia di Mestre ha  collocato l’Europa nella prospettiva corretta con cui occorre guardarla e, magari, viverla. Nello stesso tempo ha collocato senza indugi la politica nel contesto in cui essa stessa si è ridotta: quella dell’orizzonte limitato, del piccolo cabotaggio (per non dire dell’egoismo) e dell’assenza di futuro. Ne è un esempio il quotidiano scambio di “botta e risposta” fra i leader nazionali, che svilisce i conflitti reali e risponde a tattiche di breve respiro. Da qui occorre partire per una riflessione sul ruolo del diritto e della giurisdizione. E’ senz’altro vero che l’economia e il diritto hanno assunto dimensione globale e che la politica resta ancorata alla prospettiva nazionale e alla ricerca di soluzioni contingenti. Ma mentre l'economia ha la possibilità di dirottare gli investimenti là dove sono più remunerativi e di condizionare in tal modo gli attori delle scelte, il diritto e la giustizia del quotidiano restano ancorati alla capacità della politica di dare risposte adeguate al rapporto tra spinte globali ed esigenze locali e di giungere a una normativa che sia in sé “giusta”.

Con ciò voglio dire che lo sforzo delle giurisdizioni nazionali, incluse le corti costituzionali, e delle corti europee è stato immenso anche nella prospettiva di colmare i vuoti lasciati dalla politica nelle rispettive realtà, ma è uno sforzo che ha spazi di intervento limitati e che non si è certamente realizzato senza contraddizioni. E’ evidente, allora, che spetta in primo luogo alla nostra politica comprendere che in un mondo globalizzato (coi suoi aspetti positivi e negativi) la dimensione prioritaria dell’impegno deve avere lo sguardo rivolto a un’Europa diversa, e in questo sembra proprio che le parole del Presidente Napolitano abbiano ricevuto grande attenzione sulla stampa più sensibile, ma assai meno nel dibattito politico, o meglio dei rappresentanti politici.

Dal nostro punto di vista di magistrati occorre non avere paraocchi e non dimenticare che non tutto quel che è europeo luccica. Ci sono settori in cui la cultura maggioritaria delle istanze europee e le decisioni delle corti costituiscono un riferimento positivo e, talvolta un elemento di traino; mi riferisco ai temi dei diritti civili, delle garanzie processuali, del ruolo della persona. Ma ce ne sono altri in cui la matrice economica liberista prevale su alcuni profili di matrice sociale che la nostra Costituzione e la nostra giurisprudenza hanno affermato, ponendoci seri problemi di arretramento sul terreno dei diritti sociali a fronte di un favore di fondo per il primato della piena proprietà e della concorrenza rispetto all’esigenza di un controllopubblico in vista del bene comune. Non c’è dubbio che alla base di queste contraddizioni rimane il primato dell’economia e la grande difficoltà di individuare nel diritto uno strumento di effettivo equilibrio. E’ sotto gli occhi di tutti noi l’affievolirsi dell’efficacia della Costituzione quale “strumento” a disposizione dei magistrati per affrontare davvero nei singoli casi i grandi problemi che in questi risultano implicati.

L’assenza di politiche economiche e industriali e la debolezza del nostro sistema produttivo sono alla base dell’erosione della capacità dello Stato di supportare uno sviluppo “moderno” del Paese e di reperire le risorse per sostenere e qualificare il welfare; su queste carenze non potevano non avere effetti gravissimi tutte quelle scelte che hanno inteso dare soddisfazione al “mercato”, cioè ai quei gruppi finanziari che sono in grado di dirottare altrove i loro investimenti e di mettere in ginocchio un Paese. Non vorrei, però, dimenticassimo che non viviamo nell’epoca buia della politica che segue una stagione d’oro. La crisi italiana di oggi è anche figlia del disastro economico provocato (soprattutto) nei decenni ’70 e ’80 da una politica che agiva al di fuori delle ragioni di razionalità economica e finanziaria; ciò ha reso possibile recuperare risorse anche per investimenti sociali che sono alla base della tutela dei diritti che abbiamo conosciuto, ma nello stesso tempo si è assistito all’accumularsi di debiti pubblici spaventosi, allo sperpero di denaro in affari e clientele, ai favori per questo o quel gruppo imprenditoriale, questa o quella lobby, alla “tolleranza” verso una crescita basata in modo significativo su illegalità più o meno gravi.

Tornando all’oggi, credo si possa dire che 'quale tutela per i diritti individuali e quale spazio per i diritti sociali' è nei fatti sempre meno, anche nella sfera della giurisdizione, un problema di diritto e sempre più un problema di praticabilità ed effettività delle decisioni. Anche noi non siamo indifferenti ai venti della crisi e troviamo difficoltà a confrontarci con mutamenti così profondi e male apprezzati. E’ per questo che la dimensione europea diventa indispensabile per avere (anche) buone politiche nazionali. Su questo terreno possiamo fare poco, ma quel poco possiamo farlo: capire i mutamenti di paradigma, aggiornare la nostra riflessione e i nostri strumenti, individuare le nuove frontiere della difesa dei diritti, mettere in evidenza le criticità e gli errori delle scelte effettuate dai decisori, operare nella prospettiva della collaborazione con le altre magistrature e del colloquio tra le corti. Se la mia prospettiva tocca solo una parte delle questioni che ci riguardano da vicino, abbiamo davvero molto lavoro da fare. Con buona pace di chi afferma che la nostra professione è oramai priva di rilievo e ridotta a semplice “routine”.

11 settembre 2012
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